Firenze – prima o poi
Prima o poi faremo
una presentazione
a Firenze.

RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI
REGGIO EMILIA, 5 FEBBRAIO 2011
La riunione inizia alle ore 16,15 nei locali della sede Arci di Reggio Emilia in Viale Ramazzini 37.
Paolo Colagrande propone di abbandonare il lavoro di stesura del numero sulla geografia; secondo lui ormai ne abbiamo parlato troppo, e anche il suo ultimo tentativo di rielaborazione non gli pare ben riuscito. È bella l’idea iniziale, quella dell’atlante, che fornisce una vera e propria struttura (cosa che è sempre mancata in precedenza). L’unica soluzione gli sembra quella di accantonare il progetto per qualche mese, e poi ritornarci sopra a mente fresca e con maggiore convinzione.
Gessica Franco Carlevero è d’accordo. L’ultima versione è bella, ma è poco leggibile. Il materiale è quello che è – nel senso che è molto eterogeneo e frammentario.
A Gianfranco Mammi la versione di Colagrande pare convincente; può essere il punto d’inizio per quando si riprenderà in mano il progetto. Continua a leggere »

‘Oh, ma io adoro… mia figlia adora la danza.’ Se però la vedete, è una nullità, è una grossa pozzanghera merdosa, non vuol dire proprio niente ‘Adoro’.
Louis-Ferdinand Céline, Intervista con Francine Bloch, in Polemiche 1947-1961 (Guanda, 1995), pag. 90


Infatti in questa nuova musica non accade nulla oltre ai suoni, quelli scritti e quelli non scritti. Quelli non scritti compaiono nella partitura come silenzi, aprendo le porte della musica ai suoni dell’ambiente circostante. È un’apertura che riscontriamo anche nel campo dell’architettura e della scultura moderne. I palazzi di vetri di Mies van der Robe riflettono l’ambiente circostante e offrono allo sguardo squarci di nuvole, alberi o prati, a seconda della situazione. E mentre ammiri le strutture in fil di ferro dello scultore Richard Lippold, è inevitabile che nel reticolo tu scorga altre cose, persone comprese, se si trovano lì in quel momento preciso. Non esistono cose come lo spazio vuoto o il tempo vuoto. C’è sempre qualcosa da vedere, qualcosa da udire. Anzi, per quanto ci possiamo sforzare di creare un silenzio non ci riusciremo mai. In certe circostanze tecniche potrebbe essere auspicabile ottenere una situazione il più silenziosa possibile, cioè l’ambiente chiamato Camera anecoica, sei parete di materiale insonorizzato allestito in modo da ottenere una camera priva di echi. Parecchi anni fa a Harvard sono stato in uno spazio del genere e ho sentito due suoni, uno alto e uno basso, e quando li ho descritti al tecnico incaricato questi mi ha spiegato che il suono ad alta frequenza era il mio sistema nervoso in funzione, quello basso era la circolazione del sangue. Sino alla fine dei miei giorni ci saranno suoni, e seguiteranno anche dopo la morte. Non c’è nulla da temere riguardo al futuro della musica.
Però puoi arrivare a questa mancanza di timore soltanto se al bivio, nel punto in cui comprendi che i suoni ci sono che tu lo voglia o no, svolti nella direzione dei suoni che non intendi ascoltare. È una svolta psicologica, e all’inizio sembra una rinuncia a tutto quanto appartiene all’umanità, per un musicista la rinuncia alla musica. Questa svolta psicologica ti porta al mondo della natura, in cui vedi, gradualmente o di un tratto, che l’umanità e la natura non sono separata, ma combinate in questo mondo, e capisci che non hai perso nulla quando hai rinunciato al tutto. Anzi, ahi guadagnato tutto. Per dirla in un linguaggio musicale, può presentarsi qualsiasi suono in qualsiasi combinazione e in qualsivoglia continuità.
[John Cage, Silenzio, traduzione Giancarlo Carlotti, Milano Rimini, shake 2010, p. 15-16]

L’accalappiacani, insieme ai teatri di Ravenna e all’arci di Reggio Emilia, sta preparando due giornate sul nulla, che si terranno una a Reggio Emilia, come anteprima, una a Ravenna, o, meglio, a Lido Adriano, probabilmente questa il 14 maggio.
Ci sarà Carlo Boccadoro, che ci parlerà della musisca di John Cage, ci sarà Stefano Andreoli, di Spinoza, che fa il guardialinee, che ci parlerà degli zero a zero nelle partite di Calcio, ci sarà Paolo Albani che ci parlerà forse dell’economia negativa, ci sarà un astronomo che ci parlerà dei buchi neri, una ginecologa che parlerà della menopausa come del momento più bello nella vita di una donna, un critico d’arte, Alfredo Gianolio, esperto di arte naif e amico di Zavattini che ci parlerà della fortuna di essere ignoranti, ci saranno una decina di interventi di 30-40 minuti seguiti da dieci-quindici minuti di possibile dibattito. Il tutto aperto da un brevissimo inno (4′ 33″ di John Cage – 4 min. e 33 sec. di silenzio, come si sa) e concluso, dopo cena, da un concerto di un gruppo di gente che non sanno suonare (si chiamano Nuovi Bogoncelli).
Così, ci stiamo lavorando. Per dirlo. Se viene in mente qualcosa.

RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – MAUS AND MUTTLEY (REGGIO EMILIA), 4 DICEMBRE 2010
Dopo aver brevemente illustrato l’idea originaria del numero 6 dell’Accalappiacani, un atlante geografico un po’ strampalato, Paolo Nori chiede ai presenti se hanno letto il file inviato da Gessica Franco Carlevero e cosa ne pensano.
Alessandro Bonino non sa dire se a lui piaccia o meno, però ha dei dubbi sulle poesie che compaiono come introduzione ad alcune regioni. Legge “Morfologia e idrografia poetica” dell’Abruzzo ma viene interrotto al 17° verso “monti della Marsica monti della Meta monti Simbruini monti Ernici nel vicino ovest”. Ammette che la poesia risulta un po’ ostica e aggiunge che, a differenza di quanto aveva immaginato, il numero sta prendendo una forma molto omogenea anziché essere un collage di materiale eterogeneo.
Paolo Albani spiega che al momento manca ancora un collante ma che, d’altronde, questa mancanza potrebbe rivelarsi una fortuna per un atlante stralunato. Infatti, l’unica struttura che ancora resta in piedi è la suddivisione per regioni. Il materiale potrebbe poi essere integrato con alcuni brani ad esempio di Giorgio Manganelli o di Thomas Bernhard.
Anche Silvia Marmiroli nota la mancanza di una struttura organizzativa dei pezzi.
Paolo Nori fa presente che un’alternativa potrebbe essere quella di abbandonare la suddivisione per regioni e compilare una sorta di libro sull’Italia. Ma una simile operazione (al di là dell’essere più o meno interessante), allo stato attuale, è assai difficile perché, di fatto, il materiale raccolto ancora non ha un verso.
Che il numero non abbia preso forma, secondo Gea Vecli, è evidente. Però alcuni brani sono molto belli. Si potrebbe tentare di tirar fuori un atlante ancor più storto oppure si potrebbe smontarlo da capo e provare a dargli una struttura diversa ma più riconoscibile.
Secondo Paolo Albani, se si pensa ai vecchi numeri dell’Accalappiacani bisogna riconoscere che sono tutti un po’ destrutturati. Dunque occorre capire: è un problema di forma o di contenuto? Continua a leggere »

Caro R., mi può spiegare bene cosa è successo a Roma il 9 luglio del 1870?
[L'accalappiacani Novemestrale di letteratura comparata al nulla. Numero 5. Almanacco dell'anno scorso, pp. 17]

Giorgio Manganelli, nato a Milano nel 1922, risiede – sebbene non si possa dire che viva – a Roma. Dal punto di vista sindacale è stato professore ed è giornalista e autore iscritto alla SIAE. Ha scritto saggi e pseudoracconti di cui non mena alcun vanto; di tutto il suo opus, è vanitoso, spesso in modo intollerabile, unicamente dei suoi corsivi; talora li legge da solo, e ride.
Giorgio Manganelli, dalla homepage del sito http://manganelli.altervista.org/

l’Accalappiacani non è più quello che era.

Presto cominceremo a temere le nostre persone e personalità, scoprendo che non sono interamente nostre. E invece di sbraitare “Io credo questo, io sento quest’altro, io sono fatto così, io la penso cosà”, diremo umilmente: “A me viene da credere, a me viene da sentire, a me viene da dire, da fare, da pensare così”.
Witold Gombrowicz, Ferdydurke (Feltrinelli, 2009), pag. 81

Per fortuna che io non ho mai fatto l’insegnante perché se c’è una categoria da bastonare è proprio quella degli insegnanti. Sempre lì che stanno a casa con una finta bronchite. Che tossicchiano quando li vedi entrare in sala insegnanti, tutti avvolti in uno sciarpone (preparano il terreno per la prossima assenza). E i discorsi che fanno. Non ti è ancora passato quel raffreddore? Come vedi no, dicono tossicchiando. Ma mentre nelle aziende si ammala il 5%, nel pubblico impiego e in particolare nella scuola, ad ammalarsi è l’87. Io però non facevo come loro. Io avevo adottato una tecnica che non dava adito a sospetti. Aspettavo che ci fosse una fredda e brulla mattina piovosa di febbraio e poi entravo in sala docenti e a voce alta dicevo: Non mi son mai sentito così bene. E il mattino dopo gli fioccavo un certificato di quindici o venti giorni. Così tutti dicevano: Veh Cianuro, faceva tanto il furbo ieri, adesso è a casa con un febbrone da cavallo.
Learco Pignagnoli, sull’Accalappiacani numero 5.
