Atlante geografico dei soprannomi
Un’altra idea che ci è venuta sarebbe quella di raccogliere dati rigorosamente veritieri sui soprannomi che sono stati assegnati a singole persone che vivono in un dato luogo, accompagnati da poche righe di spiegazione; con il materiale ricevuto si vorrebbe creare una sorta di atlante geografico che illustri le peculiarità dei vari comuni o macroaree. Una serie di soprannomi raccolti in un paese reggiano è comparsa sul numero uno dell’Accalappiacani (“Storie di soprannomi”, pag. 24). Ne diamo qualcuno a titolo di esempio:
Lo chiamano Fumìn perché suo papà l’hanno sempre chiamato così, perché fumava tante sigarette. Ora il papà è morto di cancro al polmone e al figlio non fa molto piacere essere chiamato così. Lui non fuma.
Era stata ribattezzata Philadelphia, dalla nota marca di formaggi “Philadelphia light”, ma non era per niente leggera.
L’hanno sempre chiamato Torakiki, per i più intimi anche Tora. Questo nome appartiene ad un gatto di un cartone animato giapponese, “Hello Spank”, che ha spopolato circa vent’anni fa, particolarmente riconoscibile per i tratti squadrati del muso.
Lo chiamano tutti Ronzo. Ma proprio tutti. Anche lui quando si presenta, non dice “Piacere, Francesco”. Dice “Piacere, io sono Ronzo”. Neanche “Piacere, io sono Francesco Ronzoni”. Anche la sua morosa lo chiama Ronzo, oppure Ronzoni quando è arrabbiata.
Carlo, ho poi scoperto che lo chiamano sempre Lito. Lito proviene da Carlito, a suo volta preso dal film “Carlito’s way”, che raccontava di uno spacciatore che uscito di prigione vuole rimanere pulito. Forse però mi mancano dei pezzi della storia.
“Il principe” lo chiamavano così perché di cognome fa Borbone. Sul Fiorino aveva appiccicato una stampa plastificata dello stemma dei Borboni, con uno sfondo azzurro.
N. B. Vi chiediamo, per cortesia, di citare esattamente il luogo di provenienza del soprannome.


guarda io vi posso segnalare questi: magnafurmigh (gli mettevamo le formiche nel panino alla mortadella), muflone (per l’eleganza nei movimenti), jimbo (origine mai chiarita), la berega (che è un soprannome del soprannome berry che non so da dove viene) bombacci (il famoso fascio-comunista), muda (storpiatura del centrocampista polacco Smuda). Non cito quelli che derivano dai cognomi o dai nomi: ce li avevano tutti. Questi qui sono tutti dalla Bolognina, un quartiere di bologna. Ciao e buona fortuna.
Caro Stefano, i soprannomi che ci hai mandato sono molto belli e suggestivi, ma ci servirebbero due righe di commento, un minimo di elaborazione come negli esempi che compaiono nel post. Comunque grazie per la collaborazione e mandane altri - magari anche derivati da cognomi e da nomi, tipo “Ronzo”.
al mio paese che è il paese delle giostre in quell’area geografica che prende il nome di alto polesine e si parla un dialetto a metà strada tra ferrara rovigo mantova ma più ferrara secondo me, si facevano anche le sedie in legno, oltre che le giostre per gli spettacoli viaggianti, che c’era uno che lo chiamavano tutti Scaranar, da scarana - sedia, che poi tutti quelli che avevano quel cognome lì al mio paese sembrava facessero anche loro delle sedie, ma magari avevano lo stesso cognome ma non erano mica parenti però sicuramente si conoscevano il mio paese non conta più di duemila ottocento persone ma ultimamente stando al giornalino del comune non si arriva a duemila e seicento che son più quelli che muoiono che quelli che nascono io per esempio me sono andato. per esempio, c’erano dei Scaranar che lavoravano la terra. io giocavo a pallone con due figli di un figlio di un vecchio Scaranar ma non ho mai capito se era lo Scaranar delle sedie. però loro avevano dei pavoni e gli altri no.
Modena.
Nel corso degli anni Ottanta a un giovane praticante han fatto una foto, si era messo in posa dietro la scrivania del suo avvocato; da allora lo chiamano Jaru perché, con quegli occhiali e in quella posa, faceva pensare a Jaruselski, un generale che negli anni Ottanta comandava la Polonia in modo autoritario. Negli anni Novanta il praticante ha cambiato occhiali, e anche mestiere.
Negli anni ottanta, nella zona sud est di Parma, in un quartiere chiamato Montebello, su un piazzale chiamato Maestri, dentro un bar chiamato Riviera, c’era un barista che tra il momento in cui gli ordinavi un panino e il momento in cui te lo portava ti era passata la fame. Lo chiamavano Speedy.
A Grontardo in provincia di Cremona c’era uno grande e grosso con due mani che saran pesate cinque chili a testa e che aveva una cascina. Lo chiamavano “Stabiòl” che credo derivi da “stabbia” che secondo me vuol dire “ben piazzato” ma non son sicuro, forse “stabbia” non esiste come parola, comunque l’idea di grande e grosso la dà. Forse si chiamava solo Stabbioli di cognome e basta, non lo so. Quello che so per certo è che addormentava le vacche con un pugno in testa.
Nella chiesa di un piccolo paesino in provincia di Cremona, durante la messa, c’è sempre la prima fila di seggiole vuota. A dir messa c’è un prete che lo chiamano Spùda che parlando sputa.
In un paesino di fianco, che si chiama Corte de Frati, c’è invece un ragazzo che lo chiamano Sputo anche lui, ma per le sue dubbie origini.
Dalla fauna che frequentava l’agenzia ippica di Venezia in cui ho lavorato per un periodo mentre studiavo potrei tirar fuori mezza enciclopedia di soprannomi, c’era per esempio “Tre de coppe”, perché aveva un tic che gli faceva chiudere di continuo l’occhio sinistro, come se facesse i segni a briscola; poi c’era Mastegabrodo, vecchio alcolizzato con un solo dente e pure storto. Ma se la vostra indagine è seria, dovete trasferirvi a Chioggia, dove il soprannome o “detto” compare su quasi tutte le carte di identità, visto che il 99 per cento dei chioggiotti fanno Boscolo di cognome.
Me mi chiamano pocointelligente non perché sono intelligente eh, ma perché
sono poco. Non vuole essere offensivo.
Ah, sì, il luogo. Città di Milano.
[errata corridge]
A Grontardo in provincia di Cremona c’era uno grande e grosso con due mani che saran pesate cinque chili a testa e che aveva una cascina. Lo chiamavano “Stabiòl” che deriva da “stabbia” cioè una grande e grossa socca di legno duro che nel camino scaldava per due giorni di fila. Stabiòl quando veniva il camion del macello a ritirare le vacche lui le spegneva con un pugno in testa.
Venezia centro storico, anni ‘70:
Zip, perché in un periodo mai precisato si è impigliato una parte molto delicata di un organo molto delicato nella cerniera dei jeans
Carega (in dialetto: sedia), perché alla domanda “cosa hai preso nel compito di matematica?” rispondeva: “n’ altra caregheta “, cioè un 4
Cirio, per la forma particolare della testa, che richiamava il famoso pomodoro,e che per di più alla sommità era coronata da un ciuffetto di capelli, a mo’ di foglia
Lui e lei, cumulativamente, eran soprannominati Bostick perché stavan sempre attaccatissimi, tanto che la gente dopo un po’ si stufava.
S. Nicolò a Trebbia, anni ‘60. Nel podere di mio nonno si fermava ogni tanto un vagabondo, a mangiare un piatto di pasta e a dormire nella stalla. Girava con una bici e tanti sacchetti appesi alla canna. Lo chiamavano tutti Sicilia perché veniva dalla Sicilia. E come soprannome non è molto originale, ma adesso lo sapete anche voi qui che è esistito, Sicilia.
Parma, liceo scientifico Marconi, terzo piano.
una bidella sempre sorridente, bassa, grassoccia, capelli neri neri e meridionale dall’accento campano, la chiamavano “Ingrid” e la facevano arrabbiare.
Il moroso di una mia amica di Modena lo chiamavan Fogna per via che era molto goloso; quando studiava economia e commercio andava sempre ai congressi di medicina per ingozzarsi al buffet, dove spesso incontrava il Magnifico Rettore che era soprannominato Turtlèin per lo stesso motivo.
Soprannomi bolognesi di ieri e di oggi.
Ieri l’altro:
Un mio zio di nome Luigi, detto Gigetto, di soprannome faceva Baràca: far baracca/stare in baracca voleva dire darsi al bel tempo con gli amici. Pare che lo zio Gigetto quando era un giovanotto amasse far baldoria, ma io lo ricordo che aveva moglie e due figlie da tirar sù, soldini pochi, così non faceva baracca per niente. Delle sue propensioni giovanili gli era rimasto solo il soprannome.
Mia zia Bruna, donna molto energica, in famiglia era detta la Bariàsca, che significava donna autoritaria e/ o che si dà arie di grande importanza.
Un parente che si chiamava Marino veniva detto Marintlén. Era il marito della zia Edvige, detta Nita.
Ieri:
Negli anni 77-78, conoscevo uno che tutti chiamavano Pino Angoscia. Siccome parlava moltissimo, soprattutto di politica, credo che il soprannome traesse origine dalle reazioni emotive di chi si trovava ad ascoltarlo.
Oggi:
Carlo lo chiamano Stracchino. Il soprannome gli è stato attribuito dai suoi compagni di tifoseria, sia per il suo colorito, sia per la sua modalità di rapportarsi con le tifoserie avversarie, ritenuta troppo soft.
C’è un ragazzo che tutti i suoi amici chiamano Il Grasso. Non si conosce l’origine del soprannome essendo la sua corporatura del tutto normale. E grasso non era nemmeno da piccolo, assicura sua mamma.
In una classe elementare dell’istituto gonzaga a milano una bambina viene chiamata dalle compagne Cottoletta perchè è antipatica, fin dalla faccia.
in un paese della provincia di Siena c’era un tale che si chiamava Isidoro e che aveva la parte sinistra della faccia deformata da una paresi. Lo chiamavano sorriso. Questo stesso Isidoro una volta, insieme a un altro tale che era sia un pedofilo sia un informatore della polizia, chiamato il Pupo, hanno salito in macchina un ragazzo di nome Luciano e soprannome Caccola, e dopo avelo portato alle caldane (un sito archeologico di epoca romana)il Pupo gli ha praticato una fellatio e Isodoro lo ha sodomizzato. Allora poi quest’ultimo lo chiamavano Isitoro, ma non davanti a lui.
Un ragazzo che giocava a pallone e zoppicava leggermente lo chiamavano Fagiana.
Un siciliano alcolizzato che camminava a gambe larghe lo chiamavano Ringo.
Uno che poi è diventato senatore lo chiamavano Panella, con una enne sola.
Un assessore ancora in carica è chiamato La sposa perché ha i fianchi larghi e infine uno che cammina dondolando la testa lo chiamano Sveglia.
La maggior parte di queste persone è ancora in vita coi relativi soprannomi.
Un muratore di Piandelagotti (alto appennino modenese), emigrato in pianura negli anni Sessanta, era rimasto così impressionato da Louis Armstrong quando l’aveva visto alla televisione che chiamava tutti Satchmo. Dopo un po’ erano gli altri che lo chiamavan Satchmo. Alcune persone che lo conoscevano poco erano indotte a pensare che nel tempo libero suonasse la tromba.
A Venezia, alla fine degli anni settanta ho conosciuto un freak che tutti chiamavano Zampa perché zoppicava. Nel giro della piazza c’era anche uno che chiamavamo Zampetta e siccome volevo inserirlo nell’atlante geografico, ieri ho chiesto a un amico da dove gli veniva quel soprannome. -Si chiamava Zampetta di cognome- mi ha detto.
A Grontardo, in provincia di Cremona, c’era un ragazzo che era bravo a giocare a calcio. Lo chiamavano Sanchez come il giocatore Ugo Sànchez perchè era un po’ basso ma veloce e agile come lui. Solo che uno giocava sempre in difesa, l’altro in attacco.
Poi c’era un altro anche lui bravo a giocare a calcio che da più giovane lo chiamavano “Grinta” poi dopo, visto che cresceva di altezza ma non di peso, allora gli hanno dato un soprannome che prendeva un po’ dal giocatore Dejan Savicévic e un po’ da “skavis” che vuol dire fragile, che si spacca facilmente, e l’hanno chiamato “Skavicevic”.
A Potenza uno che è scemo si definisce “ciuoto”, che per assonanza dà l’idea del vuoto cerebrale. Un mio collega (che per fortuna non legge nulla, figuriamoci un blog letterario) è stato soprannominato “ciutigno”.
Perché(mi spiega chi glielo attribuisce) è insieme scemo è maligno. Non mi ha però voluto dire, quale sia il mio, di soprannome. La qual cosa, mi inquieta un poco.
In un paese della montagna pistoiese Maria, donna alta e longilinea, la chiamavano la Paiola perché aveva sposato un muratore, un uomo piccolino di dieci centimetri più basso di lei, che impastava il cemento con la pala dentro la caldarella o paiola. Lo sposo passava le giornate con la paiola sulle spalle e siccome era piccino fu chiamato Paiolino.
La ribattezzarono la Venanzia perché il marito si chiamava Venanzio.
La chiamavano la Rincorri Formicole perché dall’impiantito a tavoloni della sua bottega di bottoni e fili da ricamo scappavano le formiche. Lei, quando tornava a casa, ne aveva le calze piene.
Era chiamato il Maestro di Fuori perché veniva dal veneto e aveva sposato una bella ragazza pistoiese, bionda, alta quasi come lui e sempre sorridente.
Le fu dato l’appellativo di Caterinciona perché aveva la mania di agghindarsi di collane, anelli, braccialetti, fiocchi, trine, orologi. Così messa si pavoneggiava per tutto il pistoiese e ancheggiava in modo che i suoi monili tintinnassero di continuo.
Uno che tutti lo chiamavano Pestauvi l’ho conosciuto quando facevo l’animatore dell’ACR. Era un ragazzo con due anni più di me, Rayban a goccia e Citroen AX con assetto ribassato da rally. Mio pa’ dice che quel soprannome lì ce l’aveva anche il padre di Pestauvi, che a sua volta l’ha ereditato da suo padre, e che viene dalla camminata caratteristica della famiglia, un modo di camminare molleggiato, morbido ma al contempo baldanzoso, come se da generazioni i maschi della famiglia Pestauvi camminassero su delle uova temendo di romperle. Nell’ottica spartana di mio padre pestare i uvi vuol dire assumere un’andatura artificiosa allo scopo di darsi delle arie. A mio padre non piace l’affettazione e per esprimere lo stesso concetto utilizza anche le espressioni fare il gagà e camminare sulle verze. Altre persone invece sostengono che il soprannome Pestauvi è da intendersi nella metaforica accezione di persona molesta. Il padre di Pestauvi è morto schiacciato dal trattore che egli stesso manovrava per dissodare un ripido pendio sulla costa di un monte, dove intendeva piantare un filare di susini.
La famiglia Culo di cognome fa Steccan**** ma è chiamata Culo perché negli anni ‘60 nella loro stalla è nato un capretto senza ano. Il capretto è deceduto poche ore dopo la nascita, contrariamente al soprannome che perdura tutt’oggi. Tre anni fa un rampollo della famiglia Culo si è candidato alle comunali per la Lega ma non è riuscito a diventare sindaco e in una circostanza pubblica si è giustificato dicendo che l’elettorato si aspettava di dover mettere una x sul soprannome Culo e invece sulla cartella elettorale ha trovato un cognome che non aveva mai sentito.
Nei primi anni ’90 per un anno fu rettore del seminario francescano di Chia*** in provincia di Vicenza tale padre Vittorio Be***, dai fratini di Sant’Antonio soprannominato “Grisù” per somiglianza tra il nome di un gas e il venerando colore dei capelli del rettore, griso, e per il fatto che le sue sgridate esplodevano per i giovani seminaristi improvvise e devastanti come il grisù per minatori. Con le mani dietro la schiena, passo felpato, padre Grisù usciva a tradimento dall’ombra di un confessionale e ti coglieva alle spalle proprio nell’attimo che facevi un po’ di gazzarra, ad esempio durante una lezione di canto tenuta dal decrepito padre cappellano. Per un orecchio Grisù ti trascinava in disparte, ti piantava addosso due occhiacci severi e ti faceva passare la voglia di ridere a pistolotti di realismo pessimista tipo: “Io non lo so, benedetto ragazzo, cosa devo dire ai tuoi genitori quando mi chiederanno come ti comporti? Dovrò dire che mentre loro si spaccano la schiena per farti studiare, tu sei qui che ti diverti a fare lo scemo?”.
L’unico rampollo di Carlo Puncìn ha acquistato il soprannome di TV Sorrisi e Canzoni nella prima metà degli anni ‘70 dopo un breve soggiorno ad Amsterdam da cui ancora oggi, quasi cinquantenne, non si è ancora ripreso.
La Dama è la donna del Damo, l’ubriacone del paese. In giorni di vacche magre, ormai consumata dall’alcol e ultracinquantenne, La Dama pare si sia così proposta ad un oste:
-Te la do se te me dè un bianco
E l’oste abbia cortesemente così rifiutato
-Te do un bianco purché te te la tegni.
La Draga era una nonna che veniva sempre a fare la spesa al supermercato dove io lavoravo durante la seconda metà degli anni ‘90. La chiamavano così perché aveva sposato Il Drago, omarino deboluccio e non troppo rimpianto che lasciò in eredità alla moglie un figlio e molti campi. La Draga alla morte del consorte si rimboccò le maniche e non tenendo desiderio di risposarsi abbandonate le opere femminili imparò a coltivare la terra. Suo figlio si sposò e, prima di schiantarsi facendo parapendio, diede alla moglie due gemelli e una suocera difficile da gestire. Ai miei occhi di apprendista commesso La Draga rappresentava il fenotipo -così tipico della Valdalpone- della nonna rustica e polifunzionale: durante la stagione della vendemmia o delle ciliegie la vedevi passare sul trattore con kappaway giallo per proteggersi dagli sbalzi di temperatura e segnalare la direzione di svolta con un braccio, il resto dell’anno la vedevi al supermercato, a comperare uova e savoiardi per fare il tiramisù.
Non è molto pertinente tuttavia forse è utile sapere che mia nonna paterna per indicare una dormitona usava spesso l’espressione: go dormìo come una draga.
Salatina in realtà di cognome fa Dal C*** ma tutti i vecchi residenti lo chiamano Salatina. Tradotto letteralmente significa piccola insalata.
Un certo Dallari veniva chiamato Dollaro, anche se l’accento tonico cade su una sillaba diversa. Per dire come già alle superiori eravamo ossessionati dal denaro, a Modena.
Piacenza, anni ‘40. Mia madre mi ha raccontato di un proprietario terriero locale, il conte Otto B**, che siccome non era molto intelligente veniva chiamato “Sette e mezzo per incoraggiamento”, ma non di fronte a lui, per via della persistenza di residui feudali in quella particolare area geografica.
Ravenna. C’è Teodorani che per via del cognome lo chiaman tutti Teo. Anche alla gente che non lo conosce, lui si presenta sempre come Teo e tutti pensino si chiami Matteo e vanno avanti a chiamarlo così. La sua morosa ha scoperto come si chiamava per davvero dopo due mesi che stavano insieme. Io stesso non me lo ricordo mica, com’è che fa, di nome, Teo.
A sua insaputa la chiamano Faz De Topo perché le mancano solo i guantini gialli e due padiglioni auricolari neri sopra la testa.
collecchio, provincia di parma
un contadino aveva un piccolo appezzamento di terreno, poca cosa. gli altri contadini lo chiamavano “al biolchètt”. la biolca, in alcune regioni d’italia é un’unità di misura per i terreni.
Ferrara. Pare che la Marzia, nell’intimità, sia piuttosto avvezza a pratiche amorose particolari. Al diffondersi della voce è nato all’istante il soprannome Sadomarzia.
Colomba mammazezzella, Titina mezza sciuscia(fica) e compagnia bella
La Nostra, da piccola, si chiamava Colomba.
- Devi imparare un mestiere, lavorare e aiutare la tua famiglia - , le disse sua madre Maria. E così Colomba a otto anni smise di andare a scuola e iniziò a fare la bambina di servizio a casa della Signora Ofelia De Vincenzi detta la pidocchiosa che teneva la mano sempre tirata, ma non a causa di una paralisi. - Con i poveri si perde tempo. Il tempo è denaro. La domenica vado alla SS Messa, prego e prendo la comunione. Ed è in questo modo che salvo l’anima e mi guadagno il paradiso – diceva la Signora De Vincenzi. Abitava nel palazzo a 23: l’unico col portiere in uniforme austroungarica. Azzò!
Intanto, Colomba cresceva, si era fatta bella, anche se teneva la faccia intossicosa.
Antonio, un suo collega di lavoro, detto l’elegante, perché anche se di umili origini teneva molto ai vestiti che indossava, le mise gli occhi addosso e le dichiarò il suo amore. Ma lei lo rifiutava. Le amiche del vicolo e della fabbrichetta dove lavorava come orlatrice, in coro le dissero:
- Antonio è un bravo giovane. E’ serio, e gran lavoratore, non fare la sprucita -
Dopo qualche mese Colomba e Antonio si fidanzarono e in capo a un anno esatto convogliarono a nozze. Fu uno sposalizio bello anche se spartano e poverello. Agli sposi, nonostante mancasse l’asso il due e il tre, la felicità sprizzava da tutti i pori. Persino i pori erano contenti. Un poro racconto le barzellette sporche, e, tutti i commensali e il compare e la comare, ridevano e si davano di gomito
La comare degli sposi si chiamava Titina detta mezza sciuscia, ossia mezza fica, mezza vagina. Nel vicolo e nel quartiere si favoleggiava che a ridurle la pucchiacca, la fessa, la ciacchera a metà fosse stato il cane bianco detto scellone: dall’aria da cascamorto dinoccolato, ma sempre affamato. La mattina che successe il fattaccio, cioè che il cane scellone la mordesse, Titina aveva commesso una leggerezza di grado grave:non si era lavata la sciuscia, la pucchiacca, la fessa, la ciacchera. E se una donna non si lava la sciuscia, non so se mi spiego: sono cazzi; la puzza di baccalà è assicurata al 100×100, per cui scellone fiutò, sniffò, azzannò e stracciò mezza fella di sciuscia di Titina. Azzò!
C’era poi un’altra versione dei fatti, totalmente diversa dalla prima.
Giovanni detto pezzo di pane iniziò a corteggiare Titina detta la ciaccessa, cioè la chiacchierona. Titina di Giovanni pezzo di pane non ne voleva sapere. A lei il pane piaceva a tavola, ma in amore preferiva ben altro. La famiglia di Giovanni saputo che lui stava dietro Titina disse: - Quella non è petto per te. Quella a te ti fa carne per polpette - Tra l’latro, Titina nel cuore portava Ciro lo sciupa femmine che quando passava nel vicolo le donne grandi e giovani si eccitavano e svenivano. Lo guardavano e se lo mangiavano con gli occhi. - Lascia stare Ciro, quello è femminaiuolo – diceva Luigi a sua sorella Titina. Ma lei teneva la capa tosta come il piperno.
Intanto, Titina, sapeva che Ciro prendeva e lasciava le donne continuamente, e la cosa più schifosa era che si faceva mantenere da una vecchia viziosa piena di soldi. E così, si convinse a sposarsi con Giovanni. Dopo circa due anni e mezzo, due figli e un terzo in arrivo, una mattina accadde il fatto. Da quel giorno in poi Giovanni si chiamerà Giovanni il malamente. Un pomeriggio rincasò più presto dal lavoro di zoppo sotto la Stazione Centrale di piazza Garibaldi. Solo quelli che venivano da fuori non sapevano che Giovanni era uno zoppo per finta, come certi ciechi che hanno la patente e guidano una favola. O i politici, detti i favezoni.
Giovanni da quando si era messo a corteggiare Titina, lo zoppo, lo faceva di professione. La mattina usciva presto di casa per raggiungere il luogo dove lavorava per guadagnarsi la pagnotta per sé, e un domani per Titina e i loro figli. Giovanni aveva messo la testa a fare bene. Però, altro che zoppo: giocava a pallone come un dio. Era una ala che mandava i terzini al manicomio. Ma con quel nuovo lavoro a casa portava belle mance di carità; infatti, si aprì anche il libretto dei risparmi alla banca di Piazza Dante. Fare lo zoppo è un mestiere, diceva. Ogni lavoro è degno di essere vissuto, diceva. Giovanni faceva lo zoppo che a una gamba gli mancavano dieci centimetri. Provateci a camminare con 10cm in meno: io in verità ho tentato, ma è una tortura, atroce. Azzò, lo giuro.
Comunque, Giovanni quel pomeriggio, quando aprì la porta di casa, trovò Ciro lo sciupa femmine che si stava spozzoleando Titina; e, Titina ricambiava alla grande con l’arte multipla del Kamasutra.
Giovanni, cosa insolita per un giocatore dalla tecnica sopraffina , entrò a gamba tesa sulla sciuscia di sua moglie. Lo sciupafemmine scappò a razzo. Titina teneva la scarpa di suo marito conficcata nella sciuscia che tutta maciullata sanguinava. Giovanni amava ancora Titina. La portò al pronto soccorso dell’ospedale, e seduta stante la perdonò. Azzò! Lo zoppo si è tenuto le corna.
Colomba, dopo il primo figlio, ne seguitò a sfornare altri tredici, e da allora fu chiamata da tutti Colomba mammazezzella. Dopo che partoriva e per molti mesi appresso e tra un parto e l’latro, lei aveva le zizze sempre piene di latte. Altre donne del vicolo e del quartiere, persino quelle molte più giovani di lei, invece, il latte andava via, o ne usciva poco, o era acquarello. E così, spesso, veniva chiamate da una conoscente, un amica, o l’abitante del vicolo di sotto che le chiedevano imploranti: - Colomba per piacere, te lo chiedo con tutto il cuore, allatta questa anima di Dio, che il latte a me è andato via, i soldi sono pochi e la papera non galleggia – Lei non si tirava indietro. Annuiva nel dire si. Persino quella volta che andò a trovare in ospedale Titina, quest’ultima le disse che aveva una nipote che dopo un mese dal parto non aveva più il latte. Annuì, e disse: si.
Dal giorno del ricovero in poi, tutti quelli che conoscevano Titina, quando la chiamavano, la chiamavano apertamente Titina meza sciuscia(che con una zeta in meno suona assai più dolce).
Boccheggiano (GR), anni 60.
C’era un tale di nome Bosco con inclinazioni pedagogico-didattiche che amava insegnare l’italiano ai suoi compagni di lavoro. Un giorno riprese uno che stava mangiando un ovo e gli disse scandendo bene le parole Non si dice Un ovo, si dice Un uo-vo. Da allora lo chiamarono Buosco.
Un mio amico di Trieste lo chiaman Boa solo perché ha una silhouette più o meno tondeggiante.
Nell’ufficio in cui lavoro la situazione è un po’ pesa, ed il management si attira numerose antipatie. Da qui la necessità di attribuire dei soprannomi, sia per puro dileggio, sia per poter sparlare senza eccessivi rischi di rappresaglie.
C’è una capo reparto, che asserisce l’importanza dell’aspetto fisico nel rapporto professionale con il nostro cliente e sostiene che i tacchi alti siano una dimostrazione di intelligenza. Ella sfoggia con dovizia di ornamento il suo grazioso decolleté e si vocifera sulle sue tecniche di persuasione genuflessa. Per questo la chiamiamo Suor Dentona, con riferimento al mitico personaggio creato da Filippo Scòzzari. Chi lo conosce sa a quali pratiche mi riferisca.
C’è una suo omologa in un altro reparto che è sua amica e l’accompagna nelle sue manovre dal cliente, anche se non ha la stessa spregiudicatezza. Per la sua apparenza da donna dell’est europeo - che ha sfruttato in alcune occasioni - la chiamiamo Suor Cracovia.
Detto questo, va aggiunto il fatto che il loro andar spesso in coppia, agghindate in abiti giovanili e scollacciati ha fatto guadagnar loro il soprannome di Veline.
In un paesino dell’hinterland romano in cui ho abitato tutti avevano un soprannome. E’ proprio una tradizione. Un ragazzo che giocava con me a pallavolo era chiamato Lampadina, per la sua propensione ad “accendersi” quando si sentiva contrariato. Un altro, alto e magro, era chiamato Settone, da “saettone”, una specie di grossa biscia tipica di quella campagna.
I soprannomi diventavano dei veri patronimici, tant’è che il nostro allenatore di pallavolo era conoscuto in paese come “u fiu de Boccione” perché il padre aveva guadagnato tale soprannome, presumibilmente per amor del vino.
Lo chiamavano Daffy-Èsen, tipo un doppio cognome, perché ritenuto stronzo come il Daffy Duck dei cartoni animati e asino come un èsen in dialetto modenese. Invece non c’era neanche male, come individuo.
Nell’estate del 2004 in Calabria in un villaggio turistico francese, un ragazzo animatore di bambini di origini austriache di nome Jakobson lo chiamavano Kiwi, cioè i bambini per fare prima avevano iniziato a chiamarlo così.
Piacenza, anni’50 -’70. Fonte: mio zio.
A mio zio ogni tanto portava dei tordi un bracconiere che tutti chiamavano “T’a spacc” perchè da bambino combinava spesso guai e sua madre lo inseguiva gridando “s’a't ciap, t’a spacc”, che più o meno voleva dire che se gli avesse messo le mani addosso lo avrebbe sbriciolato. T’a spacc, scappando, trovava il modo -pare- di fare un gioco di parole e le diceva di rimando: “sett ciapp, tri cul e mes” (sette chiappe fanno tre culi e mezzo), ciò che non serviva a calmarla.
E sono più stremata io dallo sforzo della traslitterazione di quanto lo fosse lui dalla fuga.
“Cul” andrebbe scritto con l’umlaut, ma non so come si fa.
anni ‘60-’70-’80. Valdalpone (vr)
Il Bello, Il Bullo, Il Balla (trattandosi di soprannomi veneti, molto spesso la pronuncia suona El Belo, El Bulo, El Bala)
Gino Papa & suo fratello Il Cardinale. Entrambi grandi bestemmiatori.
Memo Cantante.
Ciccio Brenda.
anni ‘90 -’00 Verona
Calibàno; compagno di classe figlio di una maga, così chiamato in riferimento al personaggio de La Tempesta, di Shakespeare, la cui madre era la strega Sycorax.
Milano, anni ‘00
McMarmott; storpiatura di McDermott, cognome irlandese.
Il Gabbiano Johnny; detto di un amico che, più o meno inaspettatamente, disegna metaforiche traiettorie che si allontanano verso l’orizzonte. Ad esempio, siete d’accordo che vi sentite dopocena per uscire, gli telefonate e lui ha il cellulare spento. In onore di tale personaggio è stato anche coniato il verbo “gabbianizzarsi”. Ad esempio, -Esci stasera? –No, mi gabbianizzo. La metafora soggiacente germoglia anche in sgargianti espressioni come: -Se non esco ti mando dei gabbiani via messaggio, o –Oggi ho sentito il Teo, ha detto che se cià voglia si fa sentire lui, gabbiani all’orizzonte. Nota biografica: Il Gabbiano Johnny dopo aver ottenuto un diploma di laurea presso la facoltà di architettura a Milano, ha rifiutato le proposte di lavoro e si è gabbianizzato a Vienna, dove conduce vita da Bourgeois Bohémien al Museum’s Quartier
Mestre XXI secolo.
Un ragazzo di quinta liceo è chiamato Verza da tutti, anche dai professori, perché una volta, quando era in prima media, è andato a scuola con maglia e pantaloni verdi. Capito? Magari lo ha vestito così sua mamma e lui non voleva, magari tutto il resto era da lavare. Niente: Verza.
Lo chiamavano “Furmaij salè” (Formaggio salato). FORMAGGIO SALATO era il padre di un importante pittore bolognese: Aldo Borgonzoni, noto con il nomignolo di “Castagna Secca” per le rughe che caratterizzavano il volto e per l’avarizia, per così dire naturale, che lo rendeva simile ai personaggi di Gilberto Govi. Siamo a Bologna negli Venti, Furmaj, reduce della Grande Guerra, torna a casa alcolizzato, è senza lavoro e con un bambino piccolo da crescere. La moglie è una donna di grande carattere, una mondina della bassa padana abituata a lottare, lo scaccia da casa e ottiene il divorzio (in anni in cui per la povera gente non era semplice risolvere un matrimonio). Al povero reduce, senza lavoro e senza affetti, non rimane che girovagare per le campagne chiedendo ai contadini un bicchiere di vino in modo convincente: “ho mangiato formaggio salato, ho proprio una brutta sete, datemi un bicchier di vino”.
Giggino ‘a vespa:
Napoli anni ‘60 -’ 70, vico Lepre ai Ventaglieri, zona centro tra piazza Dante e Montesanto.
Lo conoscevano tutti come Giggino ‘a vespa, non l’insetto, ma il mezzo a due ruote. Non appena Giggino la mattina, il pomeriggio o la sera usciva di casa sua, immancabilmente, si sentiva il rumore del suo mezzo a due ruote, che lui, innamorato, chiamava rosa di maggio. E per tutto il vicolo si sentivano brroom brrom brrrr brrr e compagnia onomatopeica bella. Quando poi il mezzo s’imbizzarriva, cioè faceva il cavallo, aumentava il rumore che a un certo punto in molti dicevano:
- Mamma mia bella, ma come maronna è potente stu mezzo di Giggino –
Però c’era anche chi, specie nella controra, si scassava le orecchie e gli urlava:
- Giggì ‘a verità proprio ce abbuffata a guallera tu e sta sfaccimmo di vespa -
Intanto, ogni giorno c’era sempre uno dei guagliuni amici suoi che gli chiedeva:
- Portami a fare un giro - e lui tutto contento rispondeva: - Sali, a chi aspietto –
Giggino metteva la vespa in moto, che scatarrava come un vecchio bronchitico, e poi finalmente dopo varie imprecazioni, bestemmie, maleparole e parolesporche, diceva:
- Ueh! mantieniti forte che il mio difetto sono le curve, a girare devo ancora migliorare –
La vespa romba, scalpita e tossicchia, poi corre per tutto il vicolo come un cavallo pazzo, mentre le donne e i vecchi si affacciano dai bassi. I commenti si sprecano:
- Giggì si ‘o meglio quando speretei –
- Giggì si cchiù forte dell’aceto–
- Si meglio di Agostino* ‘o pazzo –
Chiunque si trovava a passare vedeva Giggino che scorazzava avanti e indietro che mi pareva un emulo di Marlon Brando in quel film di motociclisti vestiti con i giubbini, i jeans e i cappelli. Ormai la voce delle sue gesta si era estesa ben oltre il vicolo e il quartiere.
Però quelli che venivano da fuori non appena vedevano Giggino in sella da solo o con un suo amico sopra la famosa vespa detta rosa di maggio, si pisciavano sotto della risate, nonostante i rumori del motore fossero udibili e reali come quelli di un motore vero anche se spompato e manomesso. La vespa di Giggino non esisteva, era una costruzione fantastica, come la storia romanzata e romanzesca di un libro. Erano la gola e bocca di Giggino che simulavano alla perfezione il rumore di quel motore in tutte le sue tonalità; il corpo, le braccia e le mani invece simulava la forma inesistente del mezzo a due ruote e del guidatore nella sua postura che la guidava sornione.
Un giorno Vicienzo Vinciguerra, il papà di Giggino, felice e contento nel dargli la notizia gli disse:
- Giggì, a papà tuio, tengo un occasione per le mani di un mezzo, mò te lo compro –
– Pà, il mezzo ce l’ho ed è ‘a vespa mia rosa di maggio – disse Giggino tutto sfasteriato.
Caro Raimondo, nonostante la mia ammirazione per le mondine e le loro lotte (siur padrun da li beli braghi bianchi, fora li palanchi…) mi riesce difficile credere che una di loro sia riuscita a ottenere il divorzio negli anni 20 o 30 o 40, che allora non c’era mica.
Napoli, anni ‘70, Quartieri Spagnoli, via Tolodo.
*Agostino detto ‘o pazzo era un guaglione dei quartieri che usciva di casa verso la mezza l’una di notte cavalcando la sua moto a velocità pazzesca, scorazzando per le strade principali della città come via Toledo, piazza Trieste e Trento, via Chiaia e la stessa via Caracciolo o il Rettifilo. Di notte i marciapiedi erano affollati quanto di giorno, ma non per la calura estiva, quanto per assistere al passaggio di Agostino ‘o pazzo. Il centauro divenne “un problema di ordine pubblico”, infatti, ogni notte, c’era ad aspettarlo e a inseguirlo una mappata di auto e moto della polizia. Agostino ‘o pazzo divenne l’eroe notturno dei giovani della città per il fatto che tenne in scacco per molto tempo le forze dell’ordine che per giorni e giorni non riuscivano a catturarlo. Poi, una notte lo acchiapparono e lo arrestarono. Comunque dopo fece anche un film. E poi? E poi niente, basta.
Quando uno ha finito di raccontare, almeno per oggi, ha finito, ecchecaspita, vaccaboja.
Le cose che racconta non sono sempre vere e comunque sono sempre un po’ spettacolari, per questo lo chiamano Hollywood.
La moglie del Cao la chiamano tutti La Gianna, anche il Cao si riferisce a lei come a La Gianna. Invece lei si chiama Alessandra.
Gion, si chiama Riccardo ma per tanti anni lo abbiamo chiamato tutti Gion, a lui quel soprannome ricorda un periodo un po’ così, che non gli piace, se qualcuno lo chiama Gion, adesso, si incazza seriamente. Solo io, ogni tanto, mi scappa, ma io gli ricordo anche cose belle, evidentemente, e allora fa persino un sorriso.
Tonetto lo chiamano Tonno, suo fratello più piccolo, che si chiamava Tonetto anche lui, Sardea (Sardina).
Luca Danieli ha un omonimo a Vicenza che, anche lui, si chiama Luca Danieli.
Ad Adria lo chiamavano Potacio, che vuol dire pasticcio, la prima volta che è andato a Venezia ci è andato in treno. Raccontava contento che appena sceso dal treno, in stazione a Venezia, hanno annunciato il locale per Adria. “varda che fortuna, che combinassiòn” ha detto, ed è saltato sul treno. Coincidenze così fortunate, a casa mia, son dette “combinassiòn de Potacio”.
A Massafra era detto lu Tedesco perché era puntuale.
‘Tilio Petenàro, ad Arzignano, lo chiamavano così perché suo papà faceva i pettini, invece Gigi Pesce, perché aveva un piccolo negozio di alimentari. Dopo un viaggio a Parigi per il quale si vantava troppo, hanno preso a chiamarlo Gigì Le Poisson.
Il mio assicuratore si chiama Mece per via del cognome Mecenero, anche un tizio che si fa tutti i bar di Vicenza girando in bici lo chiamano Mece per lo stesso motivo. A tutti e due piace molto il vino, solo, in modo diverso.
Al liceo la chiamavano Geppetto. Per via di quello che faceva ai morosi.
A quel tempo arrivavo direttamente dall’ufficio, all’ora dell’aperitivo, elegante, in giacca e cravatta, restavo li fino alla chiusura, al bar mi chiamavano il Presidente.
Era avanti con l’età ma non si perdeva le trasferte con i ragazzi della curva che lo chiamavano el zio. Una volta, scesi dalla corriera a tarda notte nel piazzale da dove erano partiti all’alba per Lazio Vicenza uno fa “cazzo ghe xè el motorin del zio. Ma el zio?”.
Non ho mai saputo dove se l’erano perso e come sia tornato a casa ma qualche sera dopo l’ho trovato al bar, ballava su un tavolo e col sorriso sdentato mi fa “ciao president”
Marchino lo chiamano così perché è alto due metri, un po’ come la Contessa che è un uomo e davvero poco nobile nel fare la corte ai ragazzi.
A Ofena, il paese di mio padre in Abruzzo, tra Navelli e Bussi (per dire, il guerriero di Capestrano l’hanno trovato nel comune di Ofena, però quelli di Capestrano sono più bravi con le PR, infatti san Giovanni da Capestrano faceva il diplomatico conto terzi ai tempi, e si vede che ci sono geneticamente predisposti) c’è Anna la zoccola.
Ora, honni soit qui mal y pense, uno pare che voglia dire male, ma il fatto è che il soprannome lo aveva ereditato da suo papà, che da piccolo aveva visto una zoccola, che è un topone gigante che a Roma chiamano sorca (e vabbè, c’è chi ha un problema di sesso con le tope, tutti questi sinonimi sempre lì girano, chissà perché, che ci devo fare) in un vaso di viole, che a Ofena si pronunciavano vi-jòle e si era grandemente impressionato.
Che farci, era piccolo, e si è messo a gridare “mà, mà, ce sta la zoccola alla viòla, la zoccola alla viòla” e lo hanno soprannominato “La zoccola alla viòla” per tutta la vita.
Poi, un po’ che i soprannomi magari in forma contratta si passano, e sua figlia sarebbe dovuta diventare Anna DELLA zoccola, ma le stava tanto bene Anna la zoccola, e le è rimasta.
Mia bisnonna era Anna la Pulita, forse perché è stata la prima a farsi mettere l’acqua in casa, ha fatto fare una cisterna e mia nonna era Peppina della Pulita. Io forse dovrei essere Barbara della Pulita anch’io, ma in realtà sono un disastro di femmina di casa, quindi di comune accordo pare si sia soprasseduto.
E mio padre, che era l’anima delle feste e si divertiva a far ubriacare a tradimento chi non lo meritava, perché così diventavano simpatici (tipo signore ingessate alle feste dell’ambasciata, novelli sposi che non potessero partire per il viaggio di nozze, cose così) un periodo lo chiamavano “ju Mittabbeve”, cioè quello che mette da bere.
Basta così? Sennò continuo.
Ma anche con i miei amici italiani ad Amsterdam ci diamo dei bei soprannomi.
La Pitona, che è di Genova, perché una volta è arrivata con una camicetta pitonata e poi ha anche dei modi da gran seduttrice, ti ipnotizza e poi ti abbraccia con le spire.
La Tanga, che fa di cognome T***a, per motivi immaginabili, ha infatti la passione della lingerie e grazie a lei ho scoperto la Palazzina, negosio storico di fianco al palazzo sul Dam.
Core Peloso, perché ha il cuore d’oro ed è tanto, tanto peloso (lo so di prima mano, ci recito da 6 anni).
Ruvy, che è maschio, del Capricorno, sbrigativo e poi è di Faenza (”stiam mica a far pugnette?”) perché è un po’ ruvido. Ma la Pinoes piemontese, se lo accarezza sui bicipiti turgidi e palestrati, e gli mormora intenerita “il mio Putin”, che l’uomo si rade la capa, allora si intenerisce anche lui e non è più Ruvy.
Bambi, perché era il più giovane, tenero, maestro di yoga e tutto spirituale.
Silviotta, perché avevamo già Silvia e Silvietta.
La Polly perché è mia omonima e poi si chiama Pollini di cognome.
Alma è l’Almina perché è di Firenze.
l’Ineke è la Lego, perché per via di un cognome tedesco con un suffisso in -haus, ha avuto l’idea di disegnarsi una casettina sul biglietto da visita. A noi ha fatto pensare alle casine Lego.
Io in realtà un soprannome non ce l’ho tanto, a parte un periodo Mamma Orsa, che sono quella che ha passato degli anni a figliare e allattare e avevo delle fami spaventose e mangiavo come un orso, e poi già che c’ero mio figlio piccolo l’ho chiamato Orso. Adesso mi si sono normalizzati gli ormoni, mangio meno ma il danno è fatto.
Cesena. Prima liceo. Primo giorno di scuola. Tutti gli studenti si presentano ai nuovi compagni. Tra questi c’è Daniele ***. Non fa in tempo a dire Ciao, sono Daniele che all’istante viene ribattezzato Pino (come il cantante) dai loggionisti della classe. Sulle prime l’interessato cerca di opporsi al nomignolo, il che ovviamente ne favorisce l’attecchire. Da quel giorno sono tipo vent’anni che lo chiamano tutti Pino.
Luogo:Umbria. Ridente paesino, luogo delle mie vacanze di bambina, ora totalmente stravolto dai restauri fintostuccocasaletoscano del dopoterremoto.
Ho sempre sentito i miei nonni ricordare un prozio defunto con l’appellativo di Vasintone. Ero piccolina e non chiesi mai quale fosse il vero nome e da dove arrivasse quell’incomprensibile soprannome..
Recentemente, recandomi al cimitero, mio padre mi ha indicato la tomba dello zio, incuriosita sono andata a leggere la lapide per scoprire almeno quale fosse il vero nome dello zio, e in un colpo solo ho scoperto anche l’origine del soprannome.
Il prozio, figlio di un immigrato di ritorno, si chiamava Washington !!
Modena. Mio zio Bruno in realtà si chiamava Augusto, ma si vede che gli faceva schifo. Ho scoperto che si chiamava Augusto quando è morto e han messo il suo vero nome sui santini.
Fino a qualche anno fa a Guardiagrele, in provincia di Chieti, c’era una cantina con su scritto “Cantina” che tutti però chiamavano Seggvulant’. Da Seggvulant’ potevi solo bere e giocare a carte (briscola). Se per esempio chiedevi da mangiare oppure se ordinavi una birra il proprietario ti guardava storto. I ragazzini non potevano entrare. Entravano solo i vecchi. I vecchi, fra una briscola e l’altra, chiedevano al proprietario - anche lui detto Seggvulant’ - un bicchiere di vino. Le partite duravano ore sicché, ad un certo punto,degeneravano in liti furibonde. Allora le sedie cominciavano a volare da una parte all’altra della cantina (seggvulant’, sedie volanti).
ECCO I PERSONAGGI DI SPICCO DEL QUARTIERE NAVILE DI BOLOGNA!
Mirka: Matta dai capelli unti che ci prova con i tassisti e litiga con chiunque in autobus. Le mancano i denti davanti e ed è appassionata di astrologia.
Uomo dalle 1000 borse: Ometto basso e grasso che gira sempre con almeno 4 borse attaccate al corpo. Il contenuto di esse è ancora sconosciuto, ma si pensa che servano a bilanciare la sua struttura corporea, barcollante a causa di una gamba più corta dell’altra.
Baffetto: Fa finta di parlare al cellulare tutto il giorno e ci prova con qualsiasi donna. Come sfondo del cellulare ha la foto del suo pisello.
Genny delle capriole: Grassona che, ai tempi dell’asilo, si vantava con mia mamma di sapere fare perfettamente ruote e capriole.
Crocodile Dundee: La sua caratteristica sono gli stivali pitonati. Il suo motto è “Rock and Roll!”
Nonna Pooh & Nonna Cesi: Vecchia terribilmente somigliante al tastierista dei Pooh, accompagnata dall’amica.
La Madda: E’ pazza. Gira in vestaglia anche a dicembre, caga all’aria aperta davanti al Centro Civico e se le tira il culo prende per i capelli le persone.
Zappalà: Altro pazzo. Ora purtroppo è morto. Forse perchè girava in bicicletta senza i freni…
[...] di residui feudali in quella particolare area geografica. Brano “catturato” qui da me « L’insignificante & il Necessario: Roma - [...]
nel mio paese c’era uno che non ho mai capito se il suo fosse un nome o un soprannome nel senso che lo chiamavano nadel ma non credo si chiamasse natale una volta era andato a ballare ha chiesto ad una come si chiamava lei faceva la ghignosa diceva che si vergognava che non glielo voleva dire lui ha insistito lei ha detto va bene mi chiamo Passqua lui ha sorriso le ha preso la mano e ha detto piacere Natale lei gli ha dato uno schiaffo dopo lui ha detto che non voleva più che lo chiamassero nadel
Modena. Lo chiamavano Bomboni perché era una pasta d’uomo.
Mio zio Ginetto (un omone col vocione) lo volevano tutti far chiamare Luigi, come uno zio ricco e senza figli che poi così magari gli lasciava tutto. A furia di dirglielo al padre sono girati, e per dispetto lo ha registrato all’anagrafe come Lucifero.
La madre quando ha sentito pare sia svenuta, ma si sa, le puerpere, hanno l’ormone ballerino. Poi al battesimo hanno aggiustato chiamandolo anche Luigi (il prete sennò si rifiutava) e lo hanno chiamato Ginetto, ma io sono l’unica forse ad esser parente di Lucifero.
Modena. Zavaiòun lo chiamavano così perché era grande e grosso, e infatti faceva il turno di notte in fonderia.
Adesso queste fonderie non esistono più
Quand’ero piccola lo chiamavano Desiderio, ma era solo un ubriacone che andava in giro a piedi barcollando coi suoi cani neri, in giro come lui per i vicoli del mio paese e che mi facevano paura come lui. Quando lo incontravo per strada, Desiderio, coi suoi cani neri, cercavo sempre di tenermi lontana e di non guardarlo in faccia, perché non si sa mai cosa gli passasse per la testa in quel momento; era un ubriacone. Io dovevo soltanto stargli lontana, far finta di niente, andare dritta per la mia strada con la testa bassa, nessun movimento strano che potesse incuriosirlo. Ma poi però alla fine lo guardavo sempre, Desiderio, anche se mi faceva paura.
Accadeva in Garlasco (Pavia) negli anni ‘80.
Desiderio non c’è più, resta la cappa del delitto di Chiara.
Post scritto da corpo12, tempo addietro, sul mio blog:
http://loveisavirus.splinder.com/post/4211757#comment
Nel suo palazzo fu il primo ad acquistare una lavatrice. Quando gliela consegnarono invitò tutti i condomini ad assistere al primo ciclo di lavaggio. E quelli andarono. Rimasero seduti a guardare il cestello che girava, vuoto… a parte l’acqua. Quando lo spettacolo fu terminato disse fiero ai presenti: forte eh, la mia treoppas? Aveva confuso la zeta con un 3. Da allora lo chiamano tutti Treoppas.
El bélo (il bello): mia nonna lavorava all’Olio Barbi. Un giorno, dopo cinque anni che non lo vedeva, mio nonno era tornato dalla guerra ed era andato a trovarla in fabbrica. Lei aveva paura che la guerra lo avesse segnato, invece le colleghe erano corse a chiamarla, le avevano detto: L’è riat el bélo (è arrivato il bello). Dopo aveva visto che mio nonno era rimasto tale e quale a prima della guerra.
El bélo è un soprannome della provincia di Brescia, mi ero dimenticato…
altoviterbese, monteromano per la precisione.
Capita che a mio bisnonno lo chiamassero “tabacco”.
Un po’ perché fumava certi toscanacci grezzi come era lui - mani e piedi di contadino -, un po’ perché ecco gli garbava far fumare il sigaro alle donzelle del paese - cervello, come da proverbio, fino.
Come dire, era un amante dell’oralità.
Certi soprannomi, ius sanguinis, ti si appiccicano su. Variano solo per l’aggiunta di un diminutivo.
Ti divento “tabacchino”.
Io fumo, certo, non i toscani ma mille cammelli blu.
E allo scritto sono sempre andato meglio che non all’orale. Parbleu.
Siena centro.
Osteria con in bella mostra sul bancone e in questa sequenza: una bottiglia di vino Rosso, una di bianco e il Raid spray contro gli scarafaggi.
Il titolare era detto “Lo Gnudo”, perchè visto più volte nella calura agostana a sedere davanti al l’entrata in canottiera, con due fette di pane sotto alle ascelle perchè, diceva lui, sennò sudava.
Modena.
Mi ricordo al liceo c’era uno che di cognome faceva Manattini, chissà che fine ha fatto, lo chiamavano Manhattan come il famoso cocktail.
si sarà trasferito! (Manhattan transfer)
Il traduttore di Chiamalo sonno di Henry Roth si chiama Materassi. Dio, quando mette i soprannomi, non si spreca.
C’è uno, nel mio paese, nei dintorni di Cuneo, che lo chiamano Pèrtia (pertica), perché è molto alto.
Un altro, lo chiamano Mafia. Ho chiesto in giro, ma nessuno si ricorda perché. Forse è per la faccia.
Boh, magari non c’entra, ma io ho sempre avuto l’impressione che il mio nome, quello con cui mi chiamano gli altri, fosse in realtà uno pseudonimo di qualche nome segreto che non conosco, e forse questa è la condizione di chiunque: la ricerca incessante del proprio vero nome dietro la maschera di quello ufficiale. Come nel caso di Kafka (che in ceco significa cornacchia), il cui vero nome era Amschel. Non a caso lui, che ebbe la fortuna di conoscere il proprio vero nome, scrisse nei diari il 18/10/21: «è facilmente pensabile che la magnificenza della vita stia intorno a ognuno sempre pronta in tutta la sua pienezza, ma nascosta, nel profondo, invisibile, molto lontana. Se tu la chiami con la parola giusta, col nome giusto viene».
ciao
sergio
Modena. All’Osteria della Lirica, un locale che non esiste più perché si mangiava bene e si spendeva poco, trovavi sempre un vecchissimo operaio del Teatro Comunale detto Piòpa: si vede che da giovane era alto e dritto come un pioppo, non c’è altra spiegazione.
nella periferia nord di Roma, nei primi anni ottanta, un ragazzo tremendamente pallido fu soprannominato “er poro asciugamano” dai suoi amici
Il salumiere dietro l’angolo lo chiamavamo Totale perché dopo ogni mortadella salame o prosciutto che affettava, diceva – Totale ?- La mamma ci diceva, andatemi a comprare due etti di mortadella da Totale.
Era detto Larchett’.
Faceva il muratore in un paesino dell’abruzzo e la cosa che gli veniva meglio erano gli archetti in pietra sulle porte delle case.
Un ragazzo dai capelli rossi, con la scrima a centro, veniva chiamato dai suoi amici a Napoli: ‘O Gettone.
Un altro che frequentava soprattutto ragazze bruttine, delle cozze, veniva chiamato: ‘O Limone.
Ndonij’ Sbracciat’ aveva un bottega in un cui vendeva un po’ di tutto. Mio nonno ci andava a comprare il carburo di calcio per la lampada ad acetilene. Ogni volta restava incantato dalla maestria con cui Ndonij’ piegava la carta da zucchero per preparare i cartocci a forma di cono. E poi quando tornava a casa mia nonna gli domandava Ma come fa a preparare dei cartocci così perfetti con un braccio solo? Ndonij’ Sbracciat’ era un mutilato della grande guerra.
Era originario di Rapino, un paesino dell’Abruzzo, ma essendo stato bandito da tutte le cantine del luogo, prese l’abitudine di andare a bere a Guardiagrele, che raggiungeva a piedi. Raramente, dopo la sbronza, riusciva a tornare a casa. La maggior parte delle volte lo trovavano lungo disteso sull’erba alla base del torrione, nella zona alta del paese. Si chiamava Camillo ma tutti lo conoscevano come Sciuscianterr’.
Nicola Gnafacc’ non aveva un vero lavoro. Partiva la mattina per andare in montagna a raccogliere legna. Caricava la legna sul mulo e la portava in paese per scambiarla con un po’ di farina. Percorreva una trentina di chilometri fra andata e ritorno. Il problema del cibo lo assillava tutti i giorni e tutti i giorni, domandandosi come fare per mangiare, ripeteva (anche in pubblico): gna facc’? (come faccio?)
In tutto l’appennino tosco-emiliano era conosciuto come “Creta”. Lui stesso diceva che si trattava dell’accrescitivo di cretino.
Andava matto per il cynar. Ne aveva sempre una bottiglia in tasca. Poteva berne anche più di una al giorno. Si ubriacava anche con del semplice vino, ma quando decideva di ubriacarsi con il cynar restava alterato per giorni. Gli amici lo evitavano perchè, come loro stessi dicevano: Domenico non ridà, cioè è assente e del tutto incapace di intendere e volere. Io l’avrei chiamato Domenico Cynar, invece lo chiamavano Domenico Nardà.
Prese un tale spavento da piccolo che si portò appresso una fifa assurda ed ingiustificata per tutta la vita.
Aveva paura di tutto.
Si era anche convinto che qualcuno volesse aggredirlo. Perciò aveva fabbricato un caschetto in lamierino zincato che indossava sempre e ovunque.
Poi aveva paura delle malattie. Per prevenirle, rosicchiava in continuazione fave secche e foglie d’assenzio.
Aveva paura di tutto, Antonio Rosichino.
Lo chiamavano Cellula perchè era la presunta composizione del suo cervello, a Corte de Frati, nei dintorni di Cremona.
Lo chiamavano Dylan Dog perchè era sempre vestito uguale. A Grontardo in provincia di Cremona.