“Dell’uso dei numeri in letteratura”

Pubblicato da Stefano Campagnolo mercoledì 17 dicembre 2008

Ascoltando il tre di “C’era una volta un tre”, pubblicato qua sotto, che si lamentava del fatto che non si usa dire “in 3 e 3 sei” mi è venuto in mente il pezzo di Ermanno Cavazzoni “Dell’uso dei numeri in lettaratura” pubblicato nell’ultimo numero di Tèchne, Campanotto Editore, il numero 17, anno XXII, 2008.

“DELL’USO DEI NUMERI IN LETTERATURA”

I numeri sono un sistema di scrittura ideografica molto comodo ed economico; sembrano entità fredde e impassibili, mentre io trovo che nei numeri (e nei simboli matematici) ci sia un latente erotismo, non abbastanza utilizzato. Esempio: il 3,14 (o π greco) lo si può sentire come un modo scorciato per alludere al membro maschile (“Era lì che si tirava il 3 e 14 e non se lo lasciava stare); o il 66 (“Si calò le braghe e si poggiò con tutto il 66 sull’asse del cesso”). Qualcosa nella lingua per la verità c’è già, esempio: 2 e 2 quattro per dire in un attimo (o 4 e 4 otto); ma non vale 3 e 3 sei, non è in uso; e si può però incominciare a osservare che è leggermente più veloce 2 e 2 quattro, cioè ha meno ostacoli che il 4 e 4 otto. Ma se dicessi “in 3 e 3 sei arrivò a casa”, prima di tutto sarei capito? Credo di sì, perché il rimando al 2 e 2 quattro è evidente, ma in più c’è di mezzo qualche intralcio alla locomozione, ad esempio è uno che usa una stampella. “Aiutandosi con la stampella in 3 e 3 sei arrivò a casa”. Beh, devo dire, abbastanza efficace. Da cui se ne deduce che tante altre somme potrebbero entrare nell’suo come espressioni, raffinando la gamma delle differenze. “In 6 e 6 dodici arrivò a casa”, cosa significa? Forse che c’era del ghiaccio o dell’unto per terra ed è stato aiutato dalle scivolate, un po’ come 4 e 4 otto che fa anche rumore, si buttano giù delle sedie, degli sgabelli per arrivare prima, mentre in 2 e 2 quattro si tende a fare dei passi che sono dei salti. Così mi sembra. “In 8 e 8 sedici arrivò a casa”, a mio giudizio qui uno si tira dietro qualche amico incontrato per strada, col quale si è anche fermato a bere in fretta un bicchierino in un bar, per cui in 8 e 8 sedici significa che arriva a casa anche un po’ ciucco, cioè non cammina dritto del tutto. Mi auguro che queste espressioni entrino, perché allora con le infinite potenzialità dei numeri e delle operazioni aritmetiche, si aprirebbe un grande campo di possibilità espressive. “Lui la prese e fecero un 4 per 4”; cosa fecero? L’immaginazione si apre, ci si conturba. “Si distesero a mo’ di 88”, chissà com’è, ma dev’essere bello; e sarebbe bello se ogni gesto erotico o amoroso avesse un suo numero.

“La bocca mi baciò tutto tremante” (Dante Alighieri). Se Francesca a Paolo avesse detto: “La bocca mi baciò a 74”, sarebbe stato un bacio storto, un po’ da dietro, molto scomodo. “La bocca mi baciò al 100%”, qui siamo di fronte a un perfezionista. “La bocca mi baciò 3 per 80”: ci dev’essere qualcosa di spalancato, che rinvia ad un’area, esprimibile anche in metri quadri, e così via. Dante Alighieri avrebbe potuto essere più circostanziato sulla tecnica, con l’uso di formule numeriche, senza cadere nella pornografia. “La bocca mi baciò 20 al quadrato” (che si può scrivere 202), cioè esagerando un po’ sull’intensità della prestazione. Quel “tutto tremante” è un po’ povero e impreciso, poteva dire “La bocca mi baciò per 4 quinti” (o 4/5), cioè non completamente per via del tremore, o anche “La bocca mi baciò 3,3 (con 3 periodico, numero irrazionale che rinvia all’irrazionalità del bacio), ma non essendo un buon endecasillabo si può scrivere “La bocca mi baciò col 3 periodico” che è un verso sdrucciolo e a mio avviso rinvia a reiterazione e tremore. Forse il tremore non si coglie bene, ma si può esprimere l’esitazione e l’avvicinamento fatale con una curva logaritmica: “La bocca mi baciò con logaritmo”, che forse non è un gran verso, anche difficile da far rimare, però contiene l’immagine degli assi cartesiani (che sono Paolo e Francesca) e del bacio che tende senza mai giungere, e quando giunge si è aperto il tempo infinito dell’aldilà, dell’espiazione (e dell’amore eterno). La curva logaritmica (che si può scrivere numericamente per indicare la posizione delle bocche nello spazio) la trovo conturbante, come una situazione compromessa e sospesa, che procrastina il precipitare della congiunzione.

Con ciò voglio caldeggiare una presenza più massiccia dei numeri in letteratura, anche in misura superiore alle parole, usando anche i numeri irreali di Robinson, il calcolo tensoriale, l’assiomatizzazione dei sentimenti, il calcolo differenziale e tutte le possibilità delle geometrie post-relativiste.
Facciamo ancora un esempio. “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno” (Promessi Sposi) può essere espresso nei termini della geometria dei frattali, molto utile per descrivere sistemi caotici come il lago di Como, che possiede area finita ma bordo infinito, a segmentazione curva ricorsiva: il tutto può venire espresso in una formula numerica, ricorrendo eventualmente alla geometria topologica per precisare la frase “che volge a mezzogiorno”, e ad un algoritmo tensoriale per la “catena non interrotta di monti”, dove si vede che il Manzoni usando la parola generica “monte”, preferisce stare sul vago; ché allora era meglio, per essere ancora più romantici, accentuare l’effetto vaghezza e dire: “Quell’H2O volta a sud tra un innalzamento tettonico…” che avrei trovato emozionante.



15 commenti to ““Dell’uso dei numeri in letteratura””

  1. Cavazzoni sempre impeccabile

  2. Quando l’avevo letto mi era tornato in mente Faccio un 48, ma non mi ricordo proprio da dove arriva.

  3. L’espressione Fare un quarantotto, o E’ successo un quarantotto, credo che derivi dai tumulti del 1848, di tutte le sommosse che ci furono contro i poteri nazionali quell’anno li’.

  4. Altro uso dei numeri in narrativa: Paolo Colagrande usa spesso l’espressione “ogni tre per due”, che a me fa venire in mente le offerte speciali della coop

  5. Peccato che Cavazzoni non abbia citato la trasmissione Bis condotta da Mike Bongiorno. 77, le gambe delle donne. Ah, che tempi.

  6. Che tempi erano?

  7. Quando gli anni cominciavano per 19, quando ai prezzi delle cose appendevi il suffisso -milalire, e in effetti la nostra moneta non eran mica le lire, eran le -milalire, se ci pensi.

  8. Però non si spiega perchè si segnavano in litri: Lit.

  9. È un mistero insondabile.

  10. Penso che scherziate con l’ex-moneta italiana,
    lo saprete di sicuro.
    Lit significa L(ira) It(aliana).

  11. In effetti si scherzava, devo dire. Comunque grazie.

  12. M’è venuto in mente Vado a fare quattro passi.

  13. Più che un commento vorrei porre un quesito: non ricordo nè dove nè quando, ma avevo sentito che nella lingua ebraica i vocaboli sono associati ai numeri seguendo un ordine logico. Faccio un esempio per spiegarmi meglio: se “padre” è associato a 5 e “madre” a 4, “figlio” viene conseguentemente associato a 9, cioè 4+5. Vi risulta? Mi aiutate a saperne di più? grazie

  14. Adriano, il tuo quesito apre al mondo della “Cabbala” che è una roba serissima che si studia anni e anni per comunque capirci nulla, che per estensione popolare possiamo riportare alla “Cabala” napoletana per trovare i numeri del Lotto. Comunque in ogni modo son delle maniere per associare cose, concetti, idee a numeri. Trovi su internet migliaia di testi che giocano con le cose e i numeri. Qualsiasi entità fisica è rappresentabile in numeri, pensa la codice binario del computer, tutto si rappresenta in 0-1, cioè acceso spento di un interruttore all’interno di macchine che contengono milioni di interruttori che si accendono e si spengono, tracciando miliardi di miliardi di 0-1 al secondo. Vabbè si va lontano, però credo che alla fine cercassimo il significato idiomatico del numero o il suo aspetto onomatopeico. Vale uno zero: idiomatico di vale niente, ma vogliamo forse metterci a discutere che dopo un numero qualsiasi significativo lo zero cambia l’ordine di grandezza e quindi vale quanto la differenza fra il precedente e il successivo (cioè 0 vale zero ma zero dopo l’uno vale 9). Miliardo, detto grande, con la a larga e sboccata: onomatopeico di tanto detto con la a larga e tanta. Tornando all’ebraico direi che ti stai addentrando in un bel casino se vuoi capire che con che numero scrivere il figlio della sorella del marito di mia zia.

  15. AGOSTINO c’ha un’onomatopea che uno si prepara e spalanca le pupillee di fronte alla A (aperta, sorprendente, ma non sboccata) e poi c’è la GO (come gola, ma non gutturale, all’infuori ecco) che si inizia il viaggio e alla fine TINO che si fa a finire che è divertente in modo carino. Un viaggio nel nonsense buffissimo. Agostino, io tutte le volte che vedo il tuo nome, io lo so, che riderò, dalla A alla O.

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