Discorso dell’ombra e dello stemma
Un giornalista, un ingegnere delle anime, mi dice - e io naturalmente gli do ragione – “Deve pure esserci qualcuno che legge i libri per conto di chi non li legge”. Essendo un “deve”, la proposizione non è né vera né falsa; e tuttavia che taluno pensi di poter leggere per conto altrui, è un segno dei tempi, un presagio della fine del mondo, sensibilmente più catastrofico dei terremoti, e le eruzioni e dell’on. Piccoli. Qualcuno non “legge” un libro, legge quel che io ne scrivo. Dunque legge pur sempre; ma legge qualcosa che è stata scritta, almeno ufficialmente, a proposito di un libro che colui che scrive ha letto.
Il lettore di secondo grado in tal modo esegue un tipico atto culturale, cioè, rimuove il libro, lo distrugge, lo copre con trenta righe di discorso altrui. Il libro dunque è perduto, ucciso, distrutto, e insieme trasformato in una presenza deforme, un sogno ricorrente, un incubo, un amore dimenticato diventato solo malattia. La lettura di una lettura di un libro nasce da una macchina di errori illimitati, i puri errori dell’esistere, il primo errore è che si possano praticare dei libri non leggendolo; il secondo, che una lettura altrui messa per iscritto sia pur sempre la lettura di qualcosa; terzo, che quella lettura abbia a che fare con colui che non ha letto il libro ma ne vuol notizia; quarto, che colui che legge la lettura altrui, legga veramente una lettura altrui e non, invece, la lettura pure e semplice, una serie di parole a proposito di un personaggio che non esiste; quinto e forse finale, errore, è quello di credere che il libro esiste. Naturalmente, ad un livello molto povero, un livello da malattia, da accattonaggio, il libro esiste; ed anzi ne parlerò. Ma come oggetto da leggere, come oggetto effettivamente letto, come oggetto scritto affinché venga letto, il libro non esiste. Il lettore nasce solamente a questo punto: quando, cioè, si avvede della nonesistenza del libro, e più esattamente si accorge di essere lui stesso il libro. Io sono il testo. Non esiste nessun altro testo, e il compito del libro è appunto quello di leggermi. Il lettore è ciò che viene letto. Il concetto qui esposto è ovvio e anche un po’ banale, e tuttavia è facile dimenticarlo, come la legge di gravità. Pertanto, il lettore di un testo che parla di un libro è un essere sventurato, intricato in una serie di tali errori di informazione quotidiana, da non saper che cosa dirgli, e forse è meglio cavarsela con un buffetto, una manata sulla spalla, come per dirgli che alla fine le cose si accomoderanno, che la scienza ha fatto tante scoperte, guarirà anche la lebbra all’interno dell’occhio. Eppure, questa proposizione – il testo sono io – è assolutamente centrale, e la letteratura non è altro che l’arte di rendersi consapevoli dell’insistenza del libro, in quanto oggetto leggibile. La differenza tra lettore di primo e di secondo grado è dunque questa: che il secondo crede nell’esistenza del libro, e crede che il libro sia abbastanza sodo da sopravvivere ad una lettura, e addirittura – ma questa sì che è grossa – che si possa dire di che cosa parla; un tale delirio non consente speranza di salvezza, e infatti il lettore di secondo grado non incarica qualcuno di leggere – operazione priva di senso, come è chiaro – ma lo incarica di tener fermo un libro mentre lui lo uccide. La lettura di secondo grado è un puro e semplice atto di violenza, giacché il lettore di secondo grado sa in cuor suo che il libro non esiste, ma ha orrore appunto di ciò che non esiste, sa che solo in ciò che non esiste ci si può perdere.
[…]
Questa sciagurata fede nell’esistenza del libro produce conseguenze mostruose; giacché accade che taluni scrivano del libro letto dal lettore di primo grado avendone letto la frode apprestata per uso del lettore di seconda mano; e magari si scrivano scritti su più libri di cui a questo modo si è detto; e così nascono le storie della letteratura, in qualche modo il culmine, il trionfo del lettore di secondo grado, colui che crede che il libro esista, e si possa leggerlo e non leggerlo, ma a leggerlo si diventa colti, e se poi non hai tempo, puoi leggere quel che hanno scritto i lettori di terzo grado, quarto, quinto grado, e si diventa colti ugualmente, molti colti, ed anzi alcune persone che hanno letto tutti i libri al grado quinto o sesto, sono considerati dei mostri di dottrina, di erudizione, persone cui non si applica neppure più il nome di colti. Un tale scrisse una storia della letteratura inglese, premettendo di aver parlato solo di libri che aveva letto. Vedete quali ingenue sofisticazioni possa generare la fede sincera ma rozza nella esistenza del libro.
G. Manganelli, Rizzoli 1982 pagg. 116-19


Il nostro Non Lettore ha rapporti stretti e non casuali con il libro e reclama addirittura un ruolo, intermedio ma non secondario, nel processo produzione-consumo nel quali si inserisce silenziosamente pur non essendo né produttore né consumatore ma soltanto acquirente: il Non Lettore è colui che acquista i libri per non leggerli.
(…) Il Non Lettore è sempre aggiornato con i tempi dell’industria, conoscitore di titoli e autori: quando entra in libreria “sa” perfettamente ciò che vuole e può comprare indifferentemente un libro rilegato o in brossura perchè da questo investimento pretende assai più che l’arredamento di una parete del salotto. Egli è fortemente convinto che sia sufficiente acquistare un libro, toccarlo, guardarlo, annusarlo, tenerlo in casa per assimilare quel fluido saturo di fosforo e zolfo che va sotto il nome di cultura. Insomma questo Non Lettore aspira ad essere un Quasi Intellettuale.
(…) La lettura della recensione ha un doppio vantaggio rispetto alla lettura del libro. E’ molto più breve e quindi comporta una perdita di tempo minima (nella ideologia del Non Lettore la lettura è sempre e comunque tempo perso). In secondo luogo da una recensione ben fatta il Non Lettore ricava informazioni e opinioni che monetizza immediatamente, mentra la lettura delle centinaia di pagine di un libro spesso lo metterebbe in un pericoloso stato di incertezza e confusione. Dopo la lettura di una buona recensione sarà in grado di esprimere dignitosamente una impressione o un giudizio e perfino di avventurarsi in spericolate discussioni con altri eventuali Non Lettori. A un certo punto il Non Lettore finirà per credere in buona fede di avere letto il libro che ha acquistato e questa convinzione si tradurrà in sicurezza e prestanza intellettuale, in una forma del tutto nuova di “cultura indotta dall’ignoranza”.
(…) Naturalmente non tutti i libri hanno la stessa percentuale di Non Lettori. Quanti sono i Non Lettori di Calvino? E quanti quelli della Morante, di Eco o di Fruttero & Lucentini? La proporzione tra “qualità” e numero di Non Lettori coinvolge l’autore, la sua autorità, la sua capacità di imporre una immagine di prestigio della propria opera.
(…) A differenza del lettore comune che può provare delusione e quindi rancore per un libro che ha dovuto acquistare (e leggere) perchè “tutti ne parlano”, il Non Lettore conserva nei confronti del libro acquistato (e non letto) un sentimento di gratitudine, di memoria affettuosa. Nonostante le censure, le omissioni e la sua vocazione alla clandestinità, il Non Lettore talvolta è visibile a occhio nudo nei luoghi più imprevedibili. Qualche Non Lettore si può perfino individuare fra gli esperti che ignorano con ostinazione la sua esistenza.
Da “Che vergogna scrivere” L.Malerba, Mondadori
(…) Nella seconda parte dell’opera, parte finale che porta il suggestivo titolo Problemi e fughe da questo mondo. Siamo tutti stanchi, Cuperian sostiene che è fondamentale studiare empiricamente la non-lettura nella relazione che va istituendo con una nuova forma di soggettività e quindi di felicità, che per motivi di comodo, nella mancanza di una nuova terminologia, viene chiamata la soggettività “dell’uomo non leggente, o uomo scarsamente leggente ma ugualmente felice”.
Bellissimi alcuni schizzi che compaiono nelle pagine finali, dove l’autore rivolge il suo sguardo agli uomini che non leggono e passano il tempo passeggiando nei centri urbani, intenti a guardare le vetrine delle librerie senza mettervi piede, apparentemente appagati delle loro vite.
(Ugo Cornia, Sulle tristezze e i ragionamenti, minimamente adattato)