Falsi

Pubblicato da Giovanni lunedì 29 dicembre 2008

Accanto all’esercizio sui temi svolti proposto dal Colagrande vorrei proporre un esercizio sui falsi, che consiste in questo: si prende una poesia o un testo breve (più difficile con un romanzo) e si riscrive, cambiando le parole ma sforzandosi di stare il più possibile aderenti al testo. Secondo me vengono fuori delle cose curiose
Qui sotto ci sono due esempi che sostituiscono un’eventuale guida allo svolgimento dell’esercizio. Il primo è da Carducci, Alla stazione una mattina d’autunno, il secondo da Catullo, Ille mihi par esse.

Primo: invettiva contro il treno in partenza

Ah dannati fanali che s’inseguono pigri
in mezzo agli alberi coi rami grondanti
sbadigliando la luce, ovvero rovesciandola, sul fango.

Ecco la vaporiera maledetta
col suo fischio che lacera le orecchie.
E il cielo è grigio
e tutto intorno c’è un mattino d’autunno
bianco come un fantasma.

Dove vanno tutte queste persone che si affrettano
verso le scure carrozze? Questa calca di gente silenziosa
e ravvolta? Verso quali dolori o tormenti
o la vaga speranza di qualcosa?

Lungo il nero convoglio incappucciati
di nero vanno e vengono i vigili,
con una fioca lampada e con mazze
di ferro; e così i freni di ferro schiacciati
mandano un suono lugubre e continuo,
a cui risponde dall’anima una specie di eco,
uno sbadiglio, uno scoraggiamento
che stringe alla gola.

E gli sportelli che si chiudono sbattendo
sembra che vogliano insultarti;
l’ultimo avviso ai passeggeri
sembra che rida alle tue spalle,
e piove:
grosse gocce di pioggia scrosciano sui vetri

E così il treno, il mostro,
con la sua dura anima di ferro
sbarra gli occhi fiammanti, ovvero i fari,
e ansima sbuffa crolla
poi si muove,
lancia un fischio tremendo
come una sfida o una minaccia.

Se ne va lo spietato animale
fra un rumore assordante di carrozze trainate
sbattendo le ali porta via il mio bene.

Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar nella tenebra.


Secondo: invettiva contro il rivale disinvolto

Quello mi sembra come un dio, o di più,
mi sembra più di un dio quel tale che ti siede accanto
mentre tu ridi dolcemente. Questo semplice atto
per me sarebbe insostenibile.
Infatti io, quando ti vedo, nello stesso momento
non mi resta niente, neanche un filo di voce,
mi s’impasta la lingua e una sottile fiamma
mi corre per le ossa. Nelle orecchie, da dentro,
monta una specie di ronzio, e una duplice notte
cala sui miei occhi.



5 commenti to “Falsi”

  1. Be’, ci ho provato e sempre con Carducci, ma il risultato non è poi tanto interessante.
    Comunque, dimostrazione di buona volontà se non altro, lo posto lo stesso, insieme ai tutti i miei migliori auguri di felice anno nuovo a tutti i redattori.

    L’albero a cui tendevi la manina
    il bel melograno dai fiori accesi
    nell’orto vuoto e muto ora
    ha messo foglie nuove di tenero verde
    sotto il sole di giugno.

    Tu, fiore della mia pianta sghemba e inaridita
    tu, ultimo fiore della mia pianta ischeletrita
    sei sotto la terra fredda sei sotto la terra nera
    dove il sole di giugno non arriva
    a scaldarti e a farti rifiorire.

  2. a me il risultato sembra interessante. auguri tutti anche da parte mia

  3. Contrainte per contrainte, perchè non cambiare di una poesia una sola parola, in modo però da modificarne il significato complessivo? Io ci ho provato con Pascoli (“Il lampo”), sostituendo “Casa” con “Mercedes”:

    L’attentato mafioso
    E cielo e terra si mostrò qual era:
    la terra ansante, livida, in sussulto;
    il cielo ingombro, tragico, disfatto:
    bianca bianca nel tacito tumulto
    una Mercedes apparì sparì d’un tratto;
    come un occhio, che, largo, esterrefatto,
    s’aprì si chiuse, nella notte nera.

    Saluti.

  4. …banale….

    LA VENDETTA

    E nella notte nera come il nulla,
    a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
    che frana, *la mercedes* rimbombò di schianto:
    rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
    e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
    e poi vanì. Soave allora un canto
    s’udì di madre, e il moto di una culla

  5. Va be’, Masa, mi ci costringi (sempre Pascoli, “Notte”):

    Bottane
    Siedon bottane a’ pneumatici fumanti,
    e il fuoristrada i biondi capi indora:
    i biondi capi, i neri occhi stellanti,
    volgono alla strada ad ora ad ora:
    attendon esse a cavalieri erranti
    che varcano la tenebra sonora?
    Parlan d’amor, di clienti, di contanti:
    così parlando aspettano l’aurora.

    Dei moti di culle ne ho le tasche piene sin dalle elementari. Si tratta di moti periodici, le cui leggi sono note da Galileo in poi. Infatti un moto periodico si ripete identicamente dopo un tempo pari al periodo T . In formula si esprime con
    x(t + T) = x(t).

Lascia un commento