Memorie di una comparsa
(dall’Accalappiacani numero 2 [in prepararazione])
Non mi ricordo l’anno, studiavo ancora all’università, e per pagare le tasse facevo i lavori più strani. Due volte per esempio ho fatto la comparsa al Teatro Regio. Era girata la voce che stavano cercando molte comparse per il Boris Godunov di Musorgskij. In questi casi si doveva partecipare a una selezione, e di solito gli habitués venivano presi e gli occasionali venivano scartati. Ma per il Boris Godunov eravamo addirittura in meno di quelli che servivano, e quindi hanno preso tutti, compresi gli occasionali, e quindi compresi anche me e Amedeo, un mio amico che era venuto con me alle selezioni.
Le comparse abituali sembravano i padroni del teatro, tanta importanza si davano. Erano tutto loro. Ho fatto l’Aida, dicevano, ho fatto il Rigoletto, ho fatto la Manon, ho fatto qui, ho fatto là. Io mi ero costruito una certa reputazione tra di loro perché studiavo russo e gli avevo insegnato che Boris non si pronunciava come facevano loro con l’accento sulla o, Bòris dicevano, ma che l’accento andava messo sulla i. Ah, allora Borìs, avevano detto. Poi io gli avevo insegnato che in russo quando la o non è accentata si pronuncia a, e che quindi invece di Borìs si pronunciava Barìs, e che la stessa cosa con il cognome, che non era Gòdunov, come dicevano loro, ma Godunóv, e che per la stessa legge della o non accentata si pronunciava Gadunóv. Allora da un certo momento in avanti mi guardavano con rispetto, non mi dicevano più Stai dritto con la schiena, oppure Fai la faccia agguerrita. Da un certo momento in avanti lo dicevano solo a Amedeo, visto che lui studiava inglese e ai loro occhi era meno interessante. Continuavano a dirlo anche a Zanza, un altro mio amico, che come me e Amedeo era capitato a fare la comparsa, e che studiava russo anche lui, ma che non era riuscito a farsi rispettare. Zanza era un tipo strano, lo chiamavamo così perché era come una zanzara, fastidioso, nessuno lo invitava mai alle feste, ma lui si presentava immancabilmente, con una scatola di prugne secche e diceva Ho portato della prugna. Poi si è sposato e è andato a stare in Francia.
Il regista di quella rappresentazione del Boris, lo chiamavano tutti così, confidenzialmente, il Boris, con l’accento sulla o, tranne me e il gruppetto degli eletti, che dopo che gli avevo spiegato quella cosa se la tiravano ancor di più, Si dice Barìs, dicevano con un’aria da professori se uno sbagliava l’accento, il regista, dicevo, era il maestro Faggioni. Maestro, ha visto che mi sono fatto crescere la barba, perché devo fare il russo? aveva detto il primo giorno uno di quelli che faceva la comparsa in tutte le opere, ma che non faceva parte del gruppo di prima, che anzi lo prendevano spesso e volentieri in giro, una volta gli hanno anche messo del dentifricio nelle scarpe. Bravo Branchi, gli aveva detto il maestro, ti faccio fare il soldato. E insieme a lui per una scena ha scelto me, Amedeo e un altro, un certo Di Nuzio, un tipo che poi siamo diventati amici e che non si laureava mai, poi una volta, dopo anni e anni, l’ho visto in centro, raggiante in volto, con un volume enorme in mano. Mi laureo, mi ha detto. Grande, gli ho detto. Veh che tesi, mi fa. Porco cane, gli ho detto, è un’enciclopedia, mica una tesi. Saran state non esagero sei settecento pagine, forse anche di più. Co sit un mat? gli ho detto, Cosa sei un matto? A scrivere una tesi così? E lui allora mi ha fatto vedere dentro e ogni pagina al massimo erano dieci righe, con l’interlinea che sarà stato almeno quadruplo.
Insomma in quella scena lì noi facevamo i soldati dello zar, eravamo in una taverna, e a un certo punto io e Branchi dovevamo metterci a litigare intanto che il cantante cantava. Per la precisione il cantante era Ruggero Raimondi, che chi se ne intende di lirica sa bene chi è. Prima di cominciare a litigare però dovevamo aspettare seduti al tavolo della taverna, intanto che Raimondi cantava, almeno cinque minuti dovevamo aspettare lì immobili con addosso un’armatura di gommapiuma che faceva un caldo boia sotto i riflettori. Senza contare che nelle prove con tutte le ripetizioni questi cinque minuti era un attimo che diventavano quindici o venti, e il maestro diceva Voi, comparse, fate un’espressione arcigna, come soldati agguerriti, e Branchi tutto il tempo faceva una gran faccia seria, mi guardava arrabbiato, e a me scappava da ridere, una volta il maestro mi ha anche sgridato. Non c’è niente da ridere, mi aveva detto un po’ arrabbiato. Era sempre arrabbiato il maestro. E gli abituali alle prove dicevano Serio! Duro! Così! Più incazzato! All’inizio lo dicevano a tutti e quattro noi, poi a me non mi dicevano più niente. E comunque quando Branchi faceva quelle facce e a me scappava da ridere, lui non reagiva se io mi mettevo a ridere, anzi continuava imperterrito a fare la faccia arcigna e non mi ha mai detto niente. Gli abituali lo prendevano in giro perché si lasciava prendere dalla parte, io invece lì ho capito che era un grande. Poi dopo, quando Ruggero Raimondi finiva di cantare e noi dovevamo fare la scena della rissa, io facevo finta di dargli una spinta e lui cadeva per terra, e lui ogni volta, anche nelle prove, cadeva in un modo che rischiava di spaccarsi una costola. Con gli altri che lo prendevano sempre in giro, anch’io a dir la verità all’inizio mi veniva da ridere ma non volevo che se ne accorgesse, poi però ho capito che era un grande, perché non ha mai fatto una piega, neanche davanti agli scherzi più pesanti di quegli altri e alle urla più forti del maestro.
Cazzo ha da urlare sempre come un ossesso? ho chiesto una volta al gruppo degli abituali. Non farci caso, mi aveva risposto uno di loro, vieni qui piuttosto e parlaci di Ràsputin. Raspùtin, ho detto io. Ah, sì? Con l’accento sulla u? Che strana lingua il russo, ha detto. Ma dicci un po’, ha detto, è vero che lui Raspùtin non faceva differenze, che per lui andavano bene sia gli uomini che le donne? E io ho tagliato corto e ho detto Beh, sì, l’ho sentito dire anch’io in Russia, ma chi lo sa se è vero. Poi sono andato via in fretta e furia, non si sa mai.
Poi durante le prove uno dei primi giorni il maestro mi ha scelto per provare una scena dove c’era un soldato che doveva entrare di corsa con l’ascia in pugno e fermarsi di colpo in mezzo al palco sotto una finta bufera di neve, che non era neve ma coriandoli di carta. Io lì devo aver fatto un’entrata un po’ goffa, visto che il maestro Faggioni si è messo a urlare Ma che cazzo fai? Portate fuori questo handicappato! E tutti a ridere, compreso Ruggero Raimondi che poi alla fine della scena è venuto da me e mi ha detto ridendo Congratulations! In inglese. Che vergogna quella scena. Da notare che dopo che io ho fatto quella figura il maestro ha detto Fate provare un altro! Tu! ha detto rivolto a Amedeo e qui devo dire che Amedeo ha fatto un’entrata in scena ancora peggio della mia e lì sono tutti scoppiati a ridere ancora più forte, e allora uno si aspetterebbe che il maestro desse ancora più in escandescenze e invece ha detto solo Siamo a posto! e ha lasciato Amedeo a fare quella scena. Del resto era meglio così, perché durante le prove era meglio star dietro le quinte che davanti a provare, col rischio di beccarsi le urla e gli insulti dal maestro e le risa di scherno degli altri. Dicevo che era meglio stare dietro le quinte per una ragione molto semplice, perché dietro le quinte c’erano tutte le comparse, che per quell’opera erano se non ricordo male circa un centinaio e tra queste c’erano anche discrete belle ragazze. Una poi l’ho vista piano piano far carriera in una televisione locale, anche se devo dire che più faceva carriera più perdeva le sue caratteristiche di bellezza che a quei tempi mi avevano solleticato un po’ la fantasia, senza però che mai ci avessi provato a parlare, visto che era una di quelle che più aveva riso quando avevo fatto la figura dell’handicappato. Poi lì dietro mi ricordo che a me e a Amedeo piaceva anche prenderci le nostre piccole rivincite nei confronti degli abituali, che si davano tante arie, parlavano sempre di opere, sembrava che la lirica l’avessero inventata loro. Allora andavamo da loro e gli chiedevamo delle cose, tipo Lo conoscete Jeanluc Rybak? No, diceva uno. Jeanluc? diceva un altro, Rybak? diceva un altro ancora. Questo nome non mi è nuovo, diceva il più saputello di tutti. Però non mi viene, diceva. Chi è? chiedeva. E noi È un musicista russo emigrato in Francia. Infatti Rybak in russo vuol dire pescatore ed è anche un cognome, come anche da noi. Gianluca Pescatore per esempio è un nome che esiste anche qui. E loro No, mai sentito nominare, diceva il più onesto. Ah sì, mi ricordo, diceva il più falso.
C’era una scena nell’opera che come per magia attirava l’attenzione di tutte noi comparse, e anche durante le prove quando c’era quella scena lì, l’andavamo quasi tutti a vedere. Quasi tutti, tranne la decina di abituali che non potevano certo mescolarsi a noi. Una volta anzi, dato che oramai eravamo in confidenza, mi avevano detto Cosa vai a fare? Stai qui che parliamo un po’ di Dostoevskij, che quella è una scena noiosa. Ti piace Jünger? mi aveva chiesto uno. Jünger? ho detto io, Mai sentito nominare, temendo che si stessero vendicando dello scherzo su Jeanluc Rybak. No? Domani ti porto dei suoi libri. E il giorno dopo mi aveva portato davvero dei libri, e mi ero reso conto che esisteva davvero questo Ernst Jünger, e poi mi ero anche reso conto che era un fascistone di prima riga, e che non solo lui ma anche tutta quella combriccola di abituali erano tutti una compagnia di fascistoni. Va beh, chi se ne frega, pensavo io, mica ci devo andare fuori insieme, pensavo, io vorrei piuttosto andare fuori con quella tipa lì, intendendo quella che poi sarebbe andata a fare la giornalista in televisione, senza che però mai cercassi di ottenere con lei l’ombra di un appuntamento, sempre pensando alla grama figura dell’handicappato e sempre avendo davanti agli occhi la sua faccia che rideva.
Ma insomma, tornando alla scena che tanto ci piaceva e che per me era la scena più bella di tutta l’opera, c’era lo juròdivyi che nella tradizione russa è lo scemo del villaggio, il folle in cristo, lo chiamano, che va in giro per le campagne a raccontare di tragedie e altre cose. Una specie di voce della verità, come ogni tanto se ne vedono anche adesso, per esempio a Parma fino a poco tempo fa c’era il Matsicùri, che era uno che girava per la città e faceva le previsioni del tempo, solo che a quell’epoca ce n’erano molti di più. E insomma questo qui andava in giro a chiedere l’elemosina Datemi un soldino, almeno un soldino, diceva, e aveva una faccia quel cantante che a me sembrava fatta apposta per fare quella parte, la parte di Soldino, perché noi poi avevamo cominciato a chiamarlo Soldino. C’è Soldino, dicevamo, muoviti, e allora tutti a vedere la scena di Soldino, con lui che si presentava davanti allo zar e gli diceva Pane, pane, dacci del pane, con un crescendo musicale che ci lasciava tutti estasiati e a bocca aperta, tutti tranne il solito gruppo, che poi uno collega le varie cose, e capisce tutto. Nella loro società ideale per i matti non c’era mica tanto posto, altro che legge Basaglia.
A questo punto dovrei parlare della sera della prima e delle altre rappresentazioni, ma sarà perché è passato molto tempo o chissà che cos’altro, fatto sta che mi ricordo pochissimo. Ho qualche immagine, tipo quella del maestro Faggioni che tra un atto e l’altro era salito su per le scale fino su ai camerini tutto rosso in faccia e con gli occhi fuori delle orbite, e nessuno di noi capiva il perché. Poi ci hanno detto che Branchi in una scena dove doveva stare dietro al cantante Ruggero Raimondi era andato più avanti del dovuto in preda a una delle sue manie di protagonismo e questo aveva mandato fuori dai gangheri il maestro Faggioni.
Poi mi ricordo una delle ultime sere, durante una pausa, sono venuti da me tre del gruppo degli abituali e mi hanno detto Ormai è finito il Boris. Cosa fai dopo, mi ha detto uno, vuoi venire a fare i Capuleti e i Montecchi? Perché no? gli ho detto io. Bene, allora vieni il tal giorno alle selezioni, ci pensiamo noi. E in effetti ci avevano pensato loro e io sono andato a fare la comparsa anche nei Capuleti e i Montecchi di Bellini, e dopo un mese di prove più le rappresentazioni al Teatro Regio di Parma, siamo andati in tournée in tutti i teatri dell’Emilia Romagna, tutte le sante sere in corriera avanti e indietro per la via Emilia. Dopo quello, non ho mai più visto neanche un’opera.

