Verbale del 6 dicembre 2008

Pubblicato da Paolo Nori martedì 9 dicembre 2008

RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 6 DICEMBRE 2008

L’incontro inizia alle 15,55.
Andrea Lucatelli legge il brano “Fatica” di Federico Favà, che a lui piace molto, poi chiede che ciascuno si esprima sulla bozza del numero tre inviata da Daniele Benati.
Per Paolo Domenici in generale la bozza funziona perché si legge bene – anche se ammette di essersi concentrato solo su alcuni pezzi.
A Paolo Nori la bozza è piaciuta; ha un tono completamente diverso dagli altri due numeri, un po’ dolente, come quello che ricorre nel racconto “Isacco”. Un paio di cose si possono spostare per ottenere un maggiore equilibrio; ad esempio i due brani “Sull’esistenza degli oggetti esterni” e “Tutankamon”, nella posizione in cui sono adesso, rompono un po’ il tono della prima parte e sono anche troppo vicini tra di loro; sarebbe meglio collocarli più avanti e più distanziati.

Alle ore 16,08 entra un signore che si scusa moltissimo ma ha bisogno di un bicchiere d’acqua perché, essendo diabetico e cardiopatico, deve prendere una pastiglia di Cubadyn altrimenti muore. Gli viene fatto largo fino al bar.

Secondo Paolo Nori il lavoro di Daniele Benati è stato ottimo perché è riuscito a montare anche dei pezzi lunghi senza appesantire la bozza. La prima parte del brano “Scuola elementare per diventare malati di mente” gli sembra un po’ troppo umoristica, messa di fianco agli altri racconti di questo numero, si potrebbe correggere leggermente, anche come titolo. Il pezzo sul nudibranco gli piace se preso di per sé, mentre inserito in questo numero lo lascia un po’ perplesso. Il racconto “Caìn” non saprebbe dove aggiungerlo. Per quanto riguarda i due pezzi “Non esisterebbero i padroni se non ci fossero i servi”, ritiene che sia meglio il primo. Dovrebbe però arrivare un terzo “tempo”, attualmente in lavorazione, che potrebbe rinvigorire anche il secondo brano della serie.

A Gianfranco Mammi, dei due pezzi in questione, è piaciuto di più il secondo. Ritiene che la poesia “Le cose” sia troppo lunga e abbia una “voce” diversa rispetto a quella che si è cercato di valorizzare all’interno della rivista fin dai primi incontri; inoltre i giochi grafici che contiene fanno pensare alle sperimentazioni dei primi anni del Novecento. “Scuola elementare per diventare malati di mente” ricorda troppo la “Proposta per una accademia” pubblicata nel numero uno. Non gli è piaciuto il racconto su Gualtiero Mappoveri.

Mauro Orletti approva il diverso approccio del numero tre rispetto ai primi due numeri. È la prima volta che ha sentito di dover leggere la rivista dall’inizio alla fine, senza saltare da un brano all’altro. La poesia “Le cose” a lui piace, e non ritiene che abbia un tono diverso.

A Giovanni Maccari piace l’idea dei pezzi lunghi, che rendono il numero differente. È d’accordo con Mammi che “Le cose” richiama certi aspetti dei primi del Novecento, ma questa cosa a lui piace perché tanti altri dettagli della rivista si rifanno a quegli anni (ad esempio la grafica). Ha molto apprezzato “Consigli a rovescio”. Per quanto riguarda la riflessione sulla “linea” della rivista, sottolinea come in ogni numero siano comparse delle “istruzioni per l’uso” che ritiene convincenti; questa pratica è bella e utile, perché dà una visione di quello che è la nostra scrittura.

Paolo Nori chiarisce che “Le croste sulle ginocchia” andrebbe in quarta di copertina o in bandella, quindi il numero inizierebbe con il pezzo su Giannasi.
Giovanni Maccari fa notare che sul sito della rivista è comparso tempo fa un pezzo di Leopardi che trattava del tema “Se non ci fossero i servi”.

A Gessica Franco Carlevero la bozza piace, ma non le sembra definitiva. Non ha apprezzato il brano su Mappoveri e quello intitolato “L’urlo”, mentre ha gradito “Se qualcuno entrasse a casa mia quando io non ci sono”, anche se lo ritiene troppo lungo e concentrato. Secondo lei “Caìn” può andar bene. Le piace il finale della bozza, dove trova un tono malinconico. Consiglia di spostare in avanti il racconto “Diventare vecchi”, che dov’è adesso le pare un po’ isolato.
Per Paolo Nori la tristezza non sta verso la fine della bozza, ma all’inizio.
Gessica risponde che a lei l’inizio più che triste sembra arrabbiato.

Roberto Bussola confessa di non aver fatto i compiti per oggi, adducendo la scusa che gli si è rotta la stampante e ha dovuto leggere tutta la bozza al computer, capendoci poco.
Francesco Vìcari dice che in questo periodo non ha scritto niente, mentre nei mesi estivi, quand’era alla Pulce, ha scritto delle cose che ha passato a Paolo Nori; se vanno bene per il numero tre bene, altrimenti fa lo stesso.
Paolo Nori risponde che le manderà a Daniele, che cura la redazione del numero tre e deciderà in autonomia.
Francesco chiede “Daniele chi?” e Paolo gli risponde “Daniele Benati”.
A Gianni Caverni la bozza del numero tre è piaciuta molto anche se non l’ha letta.
Invece Silvia Marmiroli l’ha letta e le è piaciuta lo stesso. Anche a lei veniva voglia di andare avanti con la lettura senza saltare niente.
Anche per Sarah Spinazzola la bozza va bene; anche per lei “Se qualcuno venisse quando io non ci sono” è un po’ troppo lungo e ne ha parlato con Daniele (Benati), secondo cui il fatto che il brano sia posizionato a metà dal volume risolve il problema. Nell’insieme la bozza le pare un po’ triste, perché si inizia con il “problema del dolore – che cosa si può fare” e si finisce con un “non si può fare niente”. Caìn non l’ha letto perché non si è accorta che c’era ancora un brano dopo la parola “FINE”. Per il pezzo di Gessica rimasto senza titolo, consiglierebbe “Il medico Michelangelo”.

Paolo Morelli dice che è già stato detto tutto. Lui consiglia di lasciare la bozza così com’è, perché secondo lui funziona. Il tono del numero, più che dolente, è tragico, nel senso pignagnolesco del termine. L’idea di fallimento che compare fin dalle prime pagine toglie qualsiasi coazione alla scrittura. “Caìn” è molto bello ma non saprebbe dove metterlo. Per quanto riguarda “Le cose”, anche secondo lui è un po’ fuori tono, non con il numero in sé, ma con la rivista in generale, perché c’è un sentimento “trionfante” della scrittura.
Andrea Lucatelli chiede trionfante in che senso.
Paolo Morelli risponde che gli hanno dato questa impressione sia la scelta grafica che l’incedere del verso.
Per Andrea Lucatelli il testo di “Le cose” è tutto tranne che trionfante.
Paolo Domenici ha provato a stamparlo in caratteri normali, senza le scelte grafiche dell’autore, e secondo lui il testo non funziona più. Le variazioni grafiche gli danno invece ritmo e sostanza.

Carlo Bordone afferma di non aver letto né i testi nuovi mandati per dicembre né la bozza del numero tre. Non ha la stampante.
Paolo Vìstoli si è molto impegnato a esaminare i testi nuovi; per quanto riguarda la bozza, le ha dato un’occhiata e quando ha visto che c’era un pezzo suo si è sentito contento.
Stefano Campagnolo chiede che i testi nuovi per gennaio siano mandati in due parti, in modo di avere più tempo per leggerli.
Paolo Nori fa notare che i testi per dicembre sono stati inviati con un anticipo di quindici giorni, invece che quattro o cinque come avveniva in precedenza.
Per Stefano Campagnolo “Caìn” nella bozza non ci sta bene. “Le cose” gli piacciono tantissimo; anzi, è talmente leggibile che le variazioni grafiche gli sembrano un di più. Il numero tre gli pare bello nel complesso perché è montato bene e ogni pezzo scelto è molto leggibile. Ogni cosa che fa uscire dal concetto di rivista a lui piace molto.
Matteo Remitti confessa di non aver letto i pezzi nuovi e nemmeno la bozza del numero tre.
Secondo Gea Vecli la bozza è molto bella e molto diversa dagli altri numeri. Anche i pezzi lunghi funzionano benissimo. È perplessa su “Scuola elementare per diventare malati di mente”. Per quanto riguarda “Caìn”, non saprebbe dove metterlo.
Andrea Lucatelli le chiede se comunque lo metterebbe nel numero tre.
Gea Vecli risponde che come tono le pare molto diverso dagli altri ma che questo non sarebbe un problema, dal momento che in questo numero trova cose molto differenti (fa l’esempio di “Le cose”).

16,35-16,55: pausa per sigaretta e caffè.

Paolo Nori legge “Caìn”.
Per Paolo Domenici è bella la parte che tratta della simbologia del numero tre.
Secondo Gianfranco Mammi invece quella parte è un po’ troppo lunga rispetto all’intero racconto; inoltre alcuni dettagli “frivoli” che vi compaiono (es. “i tre nipoti di Paolino Paperino, Qui Quo Qua”) spezzano la bella atmosfera di infelicità e dolore universale che domina la narrazione.
Per Paolo Nori il problema maggiore è la disomogeneità tra il linguaggio basso riguardante Caìn e il tono alto della sezione numerologica; non si impastano molto bene e il risultato è una certa inverosimiglianza.
Gessica Franco Carlevero fa notare che comunque è vero che quando in un paese muore una persona, poi ne muoiono subito delle altre.
Paolo Vìstoli afferma che dalle sue parti è una cosa tanto vera che si è trasformata in proverbio.
Per Gessica Franco Carlevero la digressione sul numero tre non c’entra niente con il resto del racconto, ma è bella appunto per questo.
Giovanni Maccari sottolinea che “Caìn”, letto a voce alta, è molto meglio. Secondo lui la parte sul significato simbolico del numero tre è la più bella del racconto. La parte “paesana” è un po’ di maniera, dà un po’ sul finto. La mancata coesione tra i due tipi di parlata c’è. È d’accordo con Gea sul fatto che “Scuola per diventare malati di mente” è un po’ lungo e manierato. L’idea è bella ma lo svolgimento non funziona molto. Secondo lui il racconto sugli abitanti di San Marcello Pistoiese è migliore.

Per Paolo Vìstoli, tra i pezzi nuovi, quello intitolato “Case Fanfani” è troppo lungo e gli ha fatto un po’ pensare a Fogazzaro. A volte ha espressioni troppo enfatiche. Gli sono piaciuti i brani inviati da Patrizia Barchi (non tanto quello sui premi letterari quanto quello su San Marcello Pistoiese). Trova buono il pezzo di Mattia Filippini (lo legge) e anche quello di Silvia Marmiroli su Ghirri (lo legge).
Gianni Caverni legge “Oggi giorno di riposo” di Paolo Domenici; per lui è molto divertente per quel gioco del film che in qualche modo si nega alla visione e anche per la trovata finale del sequel. Trova che quasi tutti i brani inviati siano un po’ troppo lunghi, ma forse dipende dal fatto che ha dovuto leggerli al computer. Gli sono piaciuti due pezzi di Mammi, “Il mostro non voleva uscire”, soprattutto per la condivisione finale, da cui scaturisce un concetto “indiavolato” della nascita di ogni persona – una nascita dal male, però un male digerito. Anche “Il famoso segnale” funziona, perché mette in luce come le cose a un certo punto perdono di significato e non si sa più cosa vogliano dire.

Paolo Morelli propone di leggere i testi che ciascuno ha scelto tra quelli mandati per la riunione di oggi.
Per Andrea Lucatelli non c’è abbastanza tempo, perché verso le sei bisogna liberare la sala per un’altra iniziativa.
Roberto Bussola ha trovato buono il “Racconto immorale” mandato da Giulio Base; la prima volta che l’ha letto non gli era piaciuto perché non aveva notato l’asterisco di fianco al titolo, che rimanda a una nota finale. Dopo aver letto la nota, una nuova lettura gli ha fatto cambiare idea.
Per Andrea Lucatelli è bellissimo il pezzo di Gessica Franco Carlevero, che l’ha fulminato perché presenta una situazione in cui la realtà ti piomba addosso e tu non te ne accorgi. Le frasi di Gessica creano sempre dei campi metaforici che lo lasciano di sale. Anche i pezzi sulle gabbie per uccelli gli sono piaciuti, ma allo stesso tempo gli hanno dato un certo senso di nausea per l’umanità. Ha trovato interessante il brano di Mauro Orletti, ma forse è meglio togliere le primi dieci righe. Il racconto “Una donna chiamata cavallo” l’ha fatto star male.
Gianfranco Mammi, tra i pezzi nuovi, ha scelto il racconto di Silvia Marmiroli su Ghirri, e suggerisce che forse il numero quattro potrebbe essere dedicato proprio a Ghirri, di cui nel 2009 ricorre il sessantaseiesimo anniversario della nascita. Anche il brano inviato da Loris Righetto, tratto dal libro “I léori del socialismo” di Dino Coltro gli è piaciuto molto, sia per l’impasto tra italiano e veneto, sia per il senso di umanità che ne esce. Segnala uno dei pezzi che trattano delle gabbie da uccelli, quello intitolato “Non va bene” (lo legge) e anche il breve testo “Piùpermenoèugualemeno,menopermenoèugualepiù” di Samanta Sorrentino, che trova interessante per l’accostamento tra la vita e un foglio di calcolo excel.

A Gessica Franco Carlevero è piaciuto “Giorno di riposo”, la poesia “Anguilla”, soprattutto per i saluti aggiunti alla fine, e i soprannomi della Bassa inviati da Giovanni Previdi.
Per Giovanni Maccari tutte le liste di soprannomi inviate recentemente sono valide, anche quella inviate da Davide Scaringi. Il pezzo di Gessica gli ha fatto venire in mente “Il male dei creditori” di Giovanni Giudici, perché l’atmosfera è un po’ quella. Anche il brano su San Marcello Pistoiese gli è piaciuto. Per quanto riguarda il pezzo sui premi letterari, toglierebbe il rimando a Thomas Bernhard. Il brano “Preposizione articolata” dovrebbe citare i versi della Divina Commedia, e non le pagine di una data edizione. Ha apprezzato il racconto “L’ultima temperanza”, ma il finale gli piace meno perché scade un po’ nel moralismo e diventa troppo esplicito. La canzone di Baglioni “rielaborata” da Paolo Domenici l’ha fatto ridere.
Paolo Nori gli chiede se lui l’ha letta tutta.
Giovanni Maccari risponde di sì.
Paolo Nori invece si è fermato quasi subito, avendo avuto l’impressione che il testo fosse uguale a quello della canzone.
Paolo Domenici precisa che il testo non è identico, perché ci sono alcune piccole varianti; per esempio, in alcuni punti la pronuncia è uguale, ma il senso è diverso da quello originale (es. “ho” diventa “oh”, ecc.).
Per Paolo Nori bisognerebbe forse chiarire l’operazione fin dal titolo.

Secondo Paolo Domenici sono belli i testi di Gessica Franco Carlevero e di Silvia Marmiroli. Per quanto riguarda il secondo racconto inviato da Edoardo FiumePò, “Polpette di pioggia”, ha notato che togliendo tutti i “che” all’inizio di frase, funziona molto meglio. L’ha impressionato, a livello non letterario ma personale, una frase del racconto di Massimiliano Ferrari, che parla dei motorini degli anni Novanta come se fossero reperti dell’età del bronzo, mentre per lui gli anni Novanta non sono ancora finiti.
Paolo Nori trova buono il racconto di Silvia Marmiroli, che gli ha fatto tornare in mente la cuoca di Oblomov (che poi Oblomov finirà con lo sposare), che Goncarov descrive sempre e solo dal di dietro. In casa di Daniele Benati c’è un quadro di Sinkarev che ritrae un monumento a Lenin da dietro, è un monumento molto famoso che però visto da dietro si fa fatica a riconoscere. In effetti quello delle cose viste da dietro potrebbe essere un possibile tema per il numero quattro della rivista. Tra gli altri pezzi nuovi mandati per dicembre, gli pare bella anche la poesia “I dodici cippi” (la legge); gli ricorda lo stile di Gessica Lagatta.
Mauro Orletti dice che l’ha scritta proprio lei.
Proseguendo, Paolo Nori trova interessante “Palle e palloni” di Edoardo FiumePò, mentre gli piace meno “Polpette di pioggia”. Ottimi i soprannomi raccolti a Sassuolo da Davide Scaringi. A questo proposito suggerisce di fare un numero veramente monografico che tratti solo di soprannomi – non soltanto con elenchi ma anche con racconti e poesie che abbiano a che fare col tema. Tra gli altri testi arrivati gli piacciono “Anguilla” e il testo di Gessica Franco Carlevero. Anche alcuni soprannomi presenti nel racconto sul paese di Bore vanno bene, mentre il racconto in sé non lo convince molto.
Paolo Domenici fa notare come il titolo del racconto sul paese di Bore sia il calco di un titolo di Perec.
Paolo Nori sottolinea che il racconto fa un espresso riferimento a Perec nel testo. Riguardo a “Il progresso” apocrifo, trova che sia divertente, ma gli pare che il citarci tra di noi sia da evitare.
Stefano Campagnolo dice che la cosa dà fastidio pure a lui – anche perché lui avrebbe scritto “la” tagliaerba e non “il” tagliaerba.

Per Paolo Nori è interessante i racconto “Apòllon Apollònovic”. Invece nel brano su San Marcello Pistoiese gli pare che il dettaglio “anormale” arrivi troppo tardi. Gli sono piaciuti molto tutti i brani mandati da Mammi, specialmente “Il famoso segnale”.
A P. Nori ha chiesto esplicitamente un parere l’autore di “Totti”, e Paolo chiede che cosa ne pensino i presenti.
Per Paolo Domenici il racconto è abbastanza interessante, ma gli procura una certa ansia per la mancanza totale di interpunzione.
Secondo Andrea Lucatelli il problema non è l’interpunzione, quanto il fatto che il brano risulta piuttosto di maniera.
Paolo Nori chiede cosa vuol dire “di maniera”.
Andrea Lucatelli spiega che Gessica, per esempio, rischia di suo, cerca qualcosa in ogni frase – mentre “Totti” gli pare del tutto “costruito”, è come un film che si scorda subito. Anche il racconto “Apòllon Apollònovic” non gli dice molto.
A Giovanni Maccari pare di ricordare che Apòllon Apollònovic era il nome del servo di Ivàn Iljìc.
Paolo Nori dice che ci ha sentito dentro la Pietroburgo di Belij. Gli è piaciuta la serie di testi collegati alle gabbie per uccelli; l’idea che esista un sito del genere è bella e terrificante; terrificante per l’attenzione che i partecipanti dedicano a cose come per l’appunto gabbie, voliere e articoli similari.
Per Matteo Remitti alla maggior parte delle persone parrebbe terrificante l’attenzione che noi dedichiamo a queste riunioni.
Paolo Nori gli dà ragione.

A Stefano Campagnolo è piaciuto il racconto di Domenici sui mitocondri. Secondo lui il sito dell’Accalappiacani è un po’ “dormiente”. Per il numero quattro preferisce il tema delle cose viste da dietro piuttosto che quello dei soprannomi.
Gessica Franco Carlevero suggerisce di dedicare ai soprannomi un semplice trentaduesimo.
Anche Sarah Spinazzola preferisce il tema delle cose viste da dietro. Si ricorda di un bel quadro di Ghizzardi con Sofia Loren ritratta metà per davanti e metà per di dietro. Le è piaciuta la poesia “Dodici cippi”; anche l’estratto dal libro di Dino Coltro e la mail di accompagnamento inviata da Loris Righetto sono buoni.
Per Stefano Campagnolo il richiamo tra i testi di Mammi e di Colagrande che comparivano nel numero uno ci stava, perché non si trattava di un’autocitazione.
Matteo Remitti ricorda di aver mandato un verbale apocrifo per fare il verso a Mammi, ma si trattava di un testo ad uso interno – giusto per dare a Mammi della “testa calda”. È d’accordo che le citazioni tra di noi siano da evitare.
Per Stefano Campagnolo il sito della rivista ha una funzione importante e bisogna trovare il modo di dargli più vita. Secondo lui sarebbe meglio non mettere la dicitura “pubblicato da” all’inizio di ogni post.
Paolo Nori sottolinea che la questione era stata dibattuta nella riunione precedente; si era deciso di mettere il nome appunto per dare più movimento al sito; ciascuno di noi infatti può inserire post a piacimento, senza alcun filtro da parte della redazione o del referente tecnico. In realtà, ci vorrebbe una persona che si dedicasse a “coltivare” il sito, spendendoci un’oretta al giorno. Il problema è che qui abbiamo tutti una certa ritrosia elettronica. In ogni caso, basta scrivere alla mail di Alessandro Bonino, che compare in basso nella home page, per avere accesso al sito e pubblicare post.
Giovanni Maccari si dichiara scoraggiato dalle polemiche che quasi subito si verificano nei vari siti che gli capita di frequentare; di contenuti seri ne vede ben pochi. Sul sito della rivista, trova bello il post dedicato ai “temi” proposti da Paolo Colagrande.
Per Paolo Nori i “temi svolti” proposti da Colagrande potrebbero diventare materiale per un numero unico o un trentaduesimo. In ogni caso, nel sito dell’Accalappiacani alcune cose hanno funzionato – ad esempio il post sui soprannomi e quello sui radiogiornale liberi. Il vero problema è che per smuovere le acque ci vorrebbero due o tre nuovi post al giorno.
Stefano Campagnolo propone di mettere intanto un po’ d’ordine nei tre post che funzionano.
Secondo Roberto Bussola alcuni di noi rimarrebbero tagliati fuori, perché troppo allergici all’informatica.
Paolo Domenici dice che finora non ha pensato di mettere dei post sul nostro sito, ma se gliene venisse la voglia vorrebbe sentire il parere di altri, prima di farlo.
Gessica Franco Carlevero riferisce che Alessandro Bonino le ha dato dei buoni consigli, una volta che voleva postare un argomento che non era il caso di postare.
Anche Giovanni Maccari dichiara di essere stato molto aiutato da Alessandro.

Andrea Lucatelli propone, per il quarto numero, il tema “formule e ricette per adesso”; alcune formule, non solo matematiche ma anche linguistiche, sono veramente eleganti. In ogni caso anche il tema delle cose viste da dietro gli piace molto – gli viene in mente un bel testo di Antonio Albanese che parlava dei colori visti da dietro.
Paolo Nori chiede che cosa intenda Andrea con ‘espressione “per adesso”.
Andrea risponde che significa anche “per stasera”, volendo. Aggiunge che i bambini quando hanno paura del buio ripetono ossessivamente delle formule. Anche le ricette e altre istruzioni simili hanno un calco che risolve un po’ tutto il problema della forma del discorso. Idem per le formule musicali.
Per Paolo Vìstoli sarebbe forse meglio usare il termine “equazioni”, perché “formule” gli pare troppo generico.
Paolo Nori ricorda di aver letto parecchio tempo fa che la parola “crisi” in cinese significa anche “opportunità”, e questa cosa l’aveva colpito; adesso, che son passati dieci anni, e che questa cosa l’ha sentita ripetere tante volte, è come se quella cosa fosse scaduta, non gli fa più impressione, è uno stupore non ripetuto, ha lasciato posto anzi al fastidio. Come se ci fossero delle frasi con la scadenza.
Per Andrea Lucatelli è come la pratica di citare Wittgenstein a ogni piè sospinto – ormai è una specie di formula che va bene per tutto. Al contrario, Bruno Munari nelle sue “Macchine inutili” utilizza le formule in modo intelligente, cioè applicandole alla rovescia. Anche il ricettario dell’Artusi è una riuscita applicazione originale di formule trite.

Andrea Lucatelli si ricorda di un progetto, da cui è nato un bel volume illustrato, che proponeva a degli artisti di disegnare delle formule inventate da loro stessi.
A proposito di formule, Irene Russo ricorda il caso dei quaranta sostantivi che certi popoli nordici avrebbero a disposizione per dire “neve”; in realtà sarebbero solo quattro.
Per Paolo Nori è ininfluente che una cosa sia vera o no; la prima volta che la senti ti colpisce, poi man mano che la frase viene ripetuta, la sua efficacia diminuisce; fa l’esempio della frase del dito che indica la luna.
Secondo Matteo Remitti esiste una certa usurabilità di fondo del linguaggio, anche se ci sono alcune poche espressioni non usurabili.
Per Paolo Nori si tratta piuttosto di espressioni che sembrano non usurabili – ma cosa succederebbe se tutti le usassero di continuo?
Irene Russo propone di stilare un elenco di frasi usurabili e non usurabili
Secondo Paolo Vìstoli le frasi non usurabili sono quelle “rischiose” di cui parlava Andrea Lucatelli quando si riferiva ai testi di Gessica Franco Carlevero.
Paolo Nori cita alcuni versi di Chlebnikov e di Nino Pedretti, che secondo lui sono inossidabili.
Matteo Remitti ritiene che anche le cose inossidabili, se ripetute di continuo, si ossidano; ad esempio il “Piccolo principe” è un ottimo testo, ma a forza di sentirlo esaltare di continuo, non riesce più a sopportarlo.
Per Roberto Bussola c’è anche un certo margine di soggettività, nell’usura delle formule.

La riunione si chiude alle ore 18,00.



20 commenti to “Verbale del 6 dicembre 2008”

  1. Il verbale già di per sè è un pezzo di ottima narrativa e mi diverte leggerlo. La compressa che il signore ha preso credo si chiami Coumadin, ad oggi non esiste nessun farmaco che si chiami Cubadyn.

  2. forse era un farmaco antidepressivo che si chiama Cuba libre

  3. Su Totti, che l’ho mandato io, intanto ringrazio Paolo Nori per aver soddisfatto la mia richiesta di un parere. Aggiungo che i commenti però non mi danno alcuno strumento su cui lavorare per cui credo che il brano vada molto bene così, tranne un paio di cosette da sistemare che ho detto a Paolo Nori, che dovrei fare, che non hanno nulla a che fare coi commenti fatti, pazienza. ciao.

  4. mi sembra sia il caso di togliere qualche che…

  5. non lo faccio nemmeno mal volentieri, visto che poi li ho tolti, nei racconti successivi a quello…

  6. è vero che a volte non c’è tempo di approfondire l’analisi di ogni singolo testo. il fatto stesso che le riunioni siano così aperte e l’invio di testi anche, è una bellissima cosa ma rende un po’ inevitabile che si parli delle cose che hanno colpito di più, che spesso sono un po’ le solite per tutti, e in qualche modo questa è una forma implicita di giudizio.
    a volte c’è un’aria negli interventi di chi non è soddisfatto, come se le persone lo facessero apposta a non farsi piacere o interessare i suoi testi, oppure semplicemente a non esserne colpiti. Ma io non credo sia così. è solo un fatto di gusto, e forse non è un caso che gente coi gusti in parte simili si trovi tutti i mesi.

    circa il racconto Totti, per esempio, a me personalmente non è sembrato troppo interessante per una serie di motivi a cui ho pensato, francamente, dopo aver letto il messaggio e non prima. Prima l’avevo letto e non l’avevo trovato troppo interessante, e così semplicemente ero passato oltre.
    i suoi difetti principali al mio giudizio sono che:
    a) è letterario sotto la finzione di non esserlo
    b) tecnicamente è irrisolto, cioè contiene una serie di sbavature che lo rendono fastidioso.

    quanto al primo punto ricorderò l’assenza di punteggiatura, le figure retoriche sovrabbondanti, le iterazioni, la mescolanza di dialetto e linuaggio alto, le perifrasi ironiche o comunque dstanzianti (”il padrone delle televisioni” invece che “Berlusconi”) il sistema simbolico sovrapposto all’esperienza quotidiana ecc. Tutti questi espedienti sono perfettamente leciti e grandi scrittori ne hanno fatto uso con profitto, solo che qui secondo me non sono necessari, restano un po’ allo stato grezzo e quindi saltano all’occhio come grumi in un composto liquido.

    quanto al secondo punto il problema mi sembra quello del punto di vista. tecnicamente il brano si direbbe un monologo interiore, ma il narratore attribuisce al soggetto di questo monologo prima una conoscenza al grado zero o zero virgola uno (”aveva saputo che [...] erano italiani che provenivano da altre regioni”), e nella frase successiva gli attribuisce la percezione di “un profluvio regionale di sconquassi linguistici, di aspirate, tronche” e così via.
    più avanti si dice che un’ombra, che si credeva percepita soltanto dal bambino, “aveva messo soggezione al grande e alla piccola”: dove il punto di vista evidentemente è quello della madre.
    e ancora di quest’”ombra scura” si dice che il bambino la teme perchè “mangia la luce delle cose”, un’espressione che un bambino non potrebbe mai usare, dal momento che i bambini fanno solo pensieri e usano solo immagini concrete.

    in altri termini si torna lì: l’intento di fondo a me sembra letterario, magari involontariamente, nel senso che la ricerca dell’effetto mi sembra prevalere sulle altre esigenze espressive. Come ripeto, ci sono tanti grandi scrittori esclusivamente letterari e che ricercano solo l’effetto. ma allora credo io bisogna stare alla larga dai contenuti, o almeno dalla morale. Qui succede il contrario, la tematica è di stretta atualità, il narratore è politicamente corretto. in queste condizioni è difficile evitare la retorica.

    per tutte queste ragioni il pezzo non mi è sembrato particolarmente interessante, ma riconosco tranquillamente che è una questione di gusto, e che fra l’altro nel racconto stesso ci sono alcune cose buone che ora non ho ricordato perché parlavo dei difetti. quel che volevo dire è solo che a volte uno non argomenta anche perché non vuole essere sgradevole, pensando che magari il suo giudizio se non è positivo è inutile star lì a sottoliearlo, quando in fondo è un po’ vero che fanno bene solo i giudizi positivi.

    il mio invito personale insomma è quello di non scambiare l’ansia che ognuno ha (giustamente) di essere riconosciuto con una specie di diritto, che se non viene soddisfatto autorizza a indignarsi o reclamare. per me si tratta di un posizione sbagliata, che non porta da nessuna parte

  7. Con Giovanni sono più o meno d’accordo.

    Alcune cose che scrive me le sono dette anch’io, e son quelle da modificare ( e grazie davvero, mi aiuta tanto avere delle conferme !).

    Sul paragrafo finale, mi pare cattiveria gratuita, ci son anche rimasto male.

  8. il mio commento era scritto con franchezza ma senza nessuna cattiveria, dico sinceramente. l’invito dell’ultimo paragrafo è generico e rivolto a tutti, me compreso. è lontanissima da me l’idea di fare qualunque questione personale

  9. sull’ossidabilita’ dei testi.
    le controprove non sono possibili, visto che se uno ha sentito dire cento volte una cosa, o se ha sentito citare venti volte un libro, e’ in uno stato completamente diverso da chi lo sente per la prima volta. e ‘immaginarsi’ nell’altro stato mi sembra impossibile. pero’ si potrebbe provare a cercare, tra le cose che colpiscono, che hanno impatto forte, ovviamente valutate soggettivamente, quelle che hanno resistito bene al tempo che e’ passato dalla prima lettura, quelle che non perdono una briciola della loro forza ‘anche se’ escono da libri famosi o famosissimi o citati in continuazione, quelle che hanno smesso di essere un tesoro personale condiviso solo con pochi eletti scelti accuratamente e che comunque hanno salva la loro capacita’ di colpire. passarle in rassegna. elencarle, confrontarle. vedere se c’e’ qualcosa di caratterizzante, di significativo, di comune. se c’e’ una formula. se c’e’ qualcos’altro. o no.

  10. non era una scusa:la stampante si è rotta davvero, e sarà un problema anche per il futuro.
    Alcuni di voi, siete proprio come i professori che avevo una volta a scuola: sembra che non crediate alle mie parole

  11. @giovanni: grazie della rassicurazione e comunque scusa se sono stato troppo pressante, anche se ormai lo sono stato, per cui le scuse sono inutili, ma ogni tanto poi bisogna anche smuovere le acque, se no si sta tutti nello stesso cantuccino (che poi io i dolci non li posso mangiare, ma il cumadin non c’entra niente e non lo prendo, e dunque noon ero io) e finisce lì senza sapere non dico perché, ma anche chi, cosa o anche qualcos’altro, e poi uno si chiede e resta a chiedersi, fermo lì. lo sto raccogliendo, il filo, mica preoccuparti.

  12. io ti credo, robi bob bussola.

  13. Buonasera a tutti. Il tema del numero futuro allora qual’è? le cose viste da dietro? mi pare bello ma non ho capito se è una decisione presa o no

  14. grazie sarah, sto un po’ meglio.
    il tema era qualcosa come: “le cose viste da dietro”, oppure qualcosa legato alle “formule, adesso”, ma Lucatelli non era in grado di esprimersi molto bene su quel “adesso”;
    qualcuno proponeva “le formule viste da dietro, adesso” ma non so se ci piaceva

  15. le cose viste da dietro mi pare un gran bel tema. a me vengono in mente sempre le statue, guardate da dietro si vede solo il mantello, con degli sbrodolamenti di pioggia scura, magari un po’ di verderame se la statua è di bronzo e cacate di piccioni. magari dietro una statua c’è anche un palazzo con una finestra. chi si affaccia vede sempre il mantello di pietra, mai la faccia. comunque, se posso dir la mia, la “scuola elementare per diventare malati di mente” non convince neanche me, è un gioco del negativo troppo scoperto, dopo poche righe diventa scontato, secondo me.

  16. Ah, comunque anche io volevo scusarmi per non essere venuto, ma è stata colpa del cane che mi ha mangiato il biglietto del treno e poi è morta mia nonna (per la terza volta, quest’anno).

    (E grazie a tutti per le belle parole: ribadisco di essere a vostra disposizione per cosunque e che chi dell’accalappiacani ha voglia di scrivere sul sito non ha che da chiederlo: anzi, secondo me, più siamo, meglio è.) (e chi ha paura di non essere capace, sappia che è più facile che scriver su word)

  17. zio cane, è federico tavan: che fatica!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  18. dannazione il sei non sono potuto; quando è il prossimo incontro? non c’è modo di sapere le date degli incontri tramite meil, come promemoria, che chi non c’ha féisbuc, se no?
    (mi scuso se la risposta alla mia domanda è già scritta da qualche parte qui nel sito, non l’ho trovata.)

  19. Non c’è ancora scritto. Ma lo troverai presto nella colonna sinistra sulla pagina principale.

  20. “Roberto Bussola ha trovato buono il “Racconto immorale” mandato da Giulio Base; la prima volta che l’ha letto non gli era piaciuto perché non aveva notato l’asterisco di fianco al titolo, che rimanda a una nota finale. Dopo aver letto la nota, una nuova lettura gli ha fatto cambiare idea”…
    Da domani proverò anch’io a mettere l’asterisco….
    Ma volevo parlare del cd… i pignanoli…esilarante…e mi sono ammazzata quando avete cantato la canzone preferita di pignanoli…”a chi”…fantastica, nell’abitacolo della macchina mi sono sdraiata con mia figlia di 13 anni…vi aspetto…!

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