Wine Bar
(dall’Accalappiacani numero 0)
E dove andavo se non venivo qui? è tutto il giorno che giro, bisognava che mi fermassi. Ma qualcosa c’è. Non so come hanno fatto gli altri a non accorgersene. Sempre a voler dimostrare il contrario. Che poi non ci sono mai riusciti e son dovuti arrivare anche loro alla conclusione che qualcosa c’è. Ma quanto tempo che ci hanno messo! Sempre lì a spaccare il capello in quattro. Non è così, Slatko?
Proprio così, Red Professor.
Lo dice perché sa che potrei farlo fucilare entro domattina. E allora gli conviene rigar dritto. Perché anche con gli altri ci son mica andato per il sottile. Cioè non c’è andato lui, per il sottile, dato che io sono uno dei suoi sosia. Ma è come esser lui per certi versi. Si mangiano le stesse cose, si beve lo stesso vino e si sta alzati alla notte. Non so in quanti siamo con questa mansione ma a un cert’ora di notte ci ritroviamo tutti qui. Non è così, Slatko?
Certo, Red Professor.
Una sera ne ho contati più di venti. Ognuno al suo tavolo con la stessa caraffa di vino a guardarci l’un l’altro tranne me che sto sempre al banco seduto di tre quarti. A volte c’è anche lui fra di noi ma nessuno ha mai potuto dirlo con certezza. E’ quello che si dice, però. Che delle volte viene verso le tre o le quattro. Dipende da come gli gira. A volte può essere il primo a arrivare e stare seduto al suo tavolo con una caraffa di vino a osservare l’andamento della serata. E il secondo che arriva sta sul chi vive quando circola la voce che lui ha cambiato orario. Ma questa può esser solo una diceria, una soffiata che qualcuno ha messo in giro per trarci in inganno. E’ mica facile il nostro mestiere. Fuori c’è freddo e se il fiume è gelato, col vento che ci soffia sopra, la temperatura si abbassa ancora di più. E quando si vien dentro si avrebbe voglia di ordinare un cordiale oppure un vermouth, un vermouth sarebbe proprio quello che ci vuole, mi dico le spesse volte. Ma nessuno si azzarda a fare il cambiamento dell’ordinazione. Non è così, Slatko?
Proprio così, Red Professor.
Lo dice per compiacermi ma non sarebbe il primo a finir male se osasse dire il contrario. Stiamo qui tutta notte a bere il vino dopo un’onesta giornata di lavoro e ci siamo solo noi nel locale, tutti uguali a lui e ognuno seduto al proprio tavolo che beve e fuma. Senza chiacchiere, non ci diciamo niente, perché potrebbe esserci anche lui fra noi, così almeno dicono. Girava voce, tempo fa, che aveva preso l’abitudine di venirci. Come pure che prendesse la macchina per andare ai centoquaranta allora per i viali notturni della città. Li avete mai visti i nostri viali notturni? Grandi e grossi come superstrade nel pieno centro e con file di platani che li costeggiano. Ma ne girano parecchie di voci! Non è così, Sltako?
Altroché, Red Professor.
Mi chiama Red Professor per compiacermi e io devo dire che col tempo mi sono abituato al suono di queste parole che mi fanno piacere. Perché poi qui si beve e il vino dà alla testa facendoti credere di essere quello che non sei. E così di giorno rischiamo la pelle nei posti più impensati. Mica roba da ridere. Quand’è stato? Non più di un mese fa hanno frantumato il parabrezza di Coso, adesso non mi viene in mente il nome. Ma era uno di noi. Frantumato il parabrezza di pallottole che lo hanno fatto secco. Non è così, Slatko?
E’ così, Red Professor.
Proprio così, va’ pure avanti con la cantilena. Frantumato di pallottole. E dopo cento anni, o mille anni, o duemilacinquecento anni, arrivano ad ammettere che qualcosa c’è. Dicono: Qualcosa c’è. Come se dovessero fare piacere a me o a qualcuno che potrei essere io. Ammazzano, fanno degli attentati, scancherano a destra e a manca solo per dire una cosa che si sapeva già. La domanda era: C’è qualcosa qua? Voi cosa rispondereste? Rispondereste di sì, che qualcosa c’è. Ebbene, loro ci hanno messo duemilacinquecento anni per capirlo. Possibile?

