Attendere
Lina Presotto, la mia formosa e alacre domestica che pochi giorni sono lasciò il mio servizio per esordire nel varietà, parlando con me o con mia moglie o con i miei figli usava il verbo aspettare, ma al telefono usava il verbo attendere. È bene dire subito che non la sola Lina Presotto pensa che attendere sia più elegante di aspettare, né lei sola divide la lingua in due categorie distinte, una da usare in famiglia, l’altra con gli estranei e comunque la gente di maggior riguardo. La stessa distinzione si fa tra giungere e arrivare, considerato popolare questo e aristocratico quello, tra mandare e inviare, tra comprare e acquistare, ecc. Eguale sorte tocca ai pronomi e lo stesso che parlando dice Essa, gli parrebbe volgarissimo non scrivere Ella. Questa strana teoria dell’eleganza è praticata nonché da Lisa Presotto, passata or non è molto dalla condizione domestica a quella di artista di varietà, ma da tutte le colleghe di Lina Presotto; e oltre a ciò dagli sceneggiatori di soggetti cinematografici, da molti commediografi, da quasi tutti i traduttori di lavori stranieri e così pure dai traduttori di dialoghi cinematografici. Si ha l’impressione, assistendo alla proiezione dei film generati a Cinecittà, da Tirrenia e dalle altre officine della nostra industria cinematografica, di trasvolare in un mondo irreale, nel quale la celluloide non entra solamente nella composizione chimica della pellicola, ma anche nella sostanza fisica dei personaggi e in quella morale, e nella formazione dell’ambiente; la quale impressione non viene soltanto dall’essere in quello strano mondo celluloideo tutti gli apparecchi telefonici di un biancore immacolato, tutte le abitazioni di un fiabesco pompeismo novecento, tutti i personaggi sciolti come per magia da ogni preoccupazione e problema di vita e tutti egualmente immersi in una dolce stupidità di pollo; ma viene pure dal linguaggio stranamente filtrato che usano quei personaggi, i quali non aspettano ma attendono, non arrivano ma giungono, non mandano ma inviano, non comprano ma acquistano, e per i quali la donna non è mai Essa a Ella. Tu, lettore, quando tua moglie sta per arrivare a tavola col piatto della pastasciutta, dici forse ai figlioli: « Attendete, ella è per giungere »?
È per questo che quando senti quell’elegante parlare cinematografico o a teatro, ti lasci mordere dal dubbio che la colpa sia tua, e che per essere ‘ distinto ’ ti tocca parlare anche a te a quel modo ‘ fuori dal comune ’. Un giorno, sentendo un violinista studiare un pezzo che pochi giorni dopo egli doveva sonare a un concerto, gli domandai se al concerto avrebbe sonato « con lo stesso violino »; ma avevo sei anni. Così nasce il circolo vizioso. Ora, questa strana teoria dell’eleganza non si ferma a Lina Presotto, agli sceneggiatori di soggetti cinematografici, ai traduttori di commedie ungheresi, ma sale alle regioni illustri, crea la ‘ preziosa ’ lingua di D’Annunzio e dei dannunziani, ispira coloro che scrivono ‘ scelto ’, che scrivono ‘ sontuoso ’, che scrivono ‘ aulico ’, e che nella nostra letteratura sono, e soprattutto erano tanti.
Nella voce ANGELUS abbiamo visto quali strane metonimie, quali assurde deformazioni di sostantivi e di forme verbali usa Alessandro Manzoni per dire che la preghiera a Maria è annunciata dalla campana in tre ore diverse del giorno. E Manzoni è il nostro autore familiare per eccellenza, l’introduttore del linguaggio familiare nella nostra letteratura. Che dire degli altri? « Già i valletti gentili udir lo squillo / del vicino metal » dice Parini per intendere che il giovin signore del Giorno suona il campanello per chiamare i servi. E la bellezza della Ginestra a me la guasta quel verso nel quale il Vesuvio è chiamato « sterminator Vedevo ». La parola non corrisponde più all’idea, nascono delle immagini irreali e confuse, e per ogni autore bisognerebbe compilare un vocabolario speciale, come fu fatto per Gabriele D’Annunzio. È nota la considerazione di Leopardi sulla lingua francese, come lingua « della mediocrità ». Solo che questa considerazione non va presa come biasimo ma come lode. Lingua della mediocrità significa lingua della vita, che nella sua vastità è mediocre.
Io aspetto che anche la lingua nostra diventi la lingua ‘ della mediocrità ’; il che del resto, e per fortuna, sta avvenendo. Perché fine della lingua non è di esprimere in maniera aulica o estetistica poche idee, limitate, obbligate, e ambigue quando non addirittura false, ma di farsi strumento preciso, duttile, ‘ inappariscente ’ soprattutto di tutto quanto una mente profonda, sottile e osservatrice può pensare, e dare forma così a una letteratura vasta, viva, completa. Nella terza edizione del Furioso, Ariosto cambia tutti gli attendere in altrettanti aspettare. Resta a vedere se è meglio prendere esempio dal nostro Lodovico o da Lina Presotto, la mia domestica alacre e formosa, passata or non è molto ai fasti del varietà.
[Alberto Savinio - Nuova enciclopedia Adelphi 1977 pag. 55]


C’è una bellisima definizione che ho trovato per coloro che parlano aulico su Un’idea tira l’altra: esercizi di scrittura ri-creativa, a cura di Elisabetta Pertoldi e Virginia Boldrini, Campanotto editore: SEMIOTI.