Lettere di pazzi illustri
Molti geni della letteratura, della musica, della filosofia e di molti altri campi ancora a un certo punto son diventati matti o han fatto finta di diventarlo, e han lasciato delle lettere a riprova; quasi sempre sono testi molto belli. Ne metto solo un paio qui sotto, una di Artaud e una di Torquato Tasso, ma secondo me si potrebbe raccogliere un epistolario di centinaia di pagine (Van Gogh, Campana, Nietzsche, Walser, ecc.). Chi ha qualche bel brano da segnalare può farlo qui. Grazie.
[…] Ho appena avuto una visione questo pomeriggio, ho visto coloro che mi seguiranno e non hanno ancora completamente un corpo perché dei porci come quelli del ristorante di ieri sera mangiano troppo.
C’è chi mangia troppo e altri che come me non possono mangiare senza sputare.
Tuo
Antonin Artaud
(Lettera a Paule Thévenin del 24 febbraio 1948).
*
[…] Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello mi ha robati molti scudi di moneta; né so quanti siano, perché non ne tengo il conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra; apre le casse; ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare. Sono infelice d’ogni tempo, ma più la notte; né so se il mio male sia di frenesia o d’altro: né ci ritrovo miglior rimedio che ‘l mangiar molto e compiacere a l’appetito, per dormir profondamente. Digiuno spesso; e spesso, senza digiuno fatto per divozione, digiuno perché sento lo stomaco pieno; ma quelle volte non dormo. Abbiatemi compassione, e sappiate ch’io son misero perch’il mondo è ingiusto.
Di Ferrara [25 dicembre 1585]
(Torquato Tasso, Lettera a Maurizio Cataneo).


E’ bellissima questa cosa delle lettere, mi piace molto, io avrei questa da mettere, ma non so se va bene come prova di un pazzo illustre.
Caro Theo,
[..] Vedi, ciò mi tormenta continuamante, e poi uno si sente prigioniero dell’imbarazzo, escluso dalla partecipazione a questa o a quell’opera, mentre queste o quelle cose necessarie non sono a portata di mano. A causa di ciò si è per forza presi dalla maliconia, poi si sente il vuoto là dove potrebbero essere amicizia e grandi e seri affetti, e si sente un terribile scoraggiamento rodere la stessa energia morale, e la fatalità sembra poter mettere dei freni all’istinto dell’affetto, e c’è un marea di disgusto che ti sommerge. E poi si dice: “Sino a quando, mio Dio?”
[..] Ti scrivo così un po’ come capita, quello che mi viene alla penna, e sarei ben felice che tu riuscissi a vedere in me qualcos’altro che una specie di fannullone. Perchè c’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per pigrizia e per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio d’azione, che non fa nulla perchè è nell’impossibilità di fare qualcosa, perchè gli manca ciò che è necessario per produrre, perchè è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perchè la fatalità dele circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe far, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragion d’essere! so che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi considerami tale.
Tuo Vincent
Vincent Van Gogh - Lettere a Theo sulla pittura
Lettera di raccomandazione
(di Alda Merini a Giorgio Manganelli)
“Mi sono raccomandata a tutti: a Titano, a me stessa, a Dagoberto, agli occhi miracolosi di Fabrizio. Ho divorato calunnie, mangiato carni. Ho divorato i miei stessi denti per dirmi: -la poesia è un fiore, non va calpestata. Così Manganelli, incerto nelle tue lacrime come nel tuo sorriso, sappi che Lancillotto aveva una spada e che per salvare Ginevra occorreva un sequestro d’amore”
DA UNA LETTERA DI D.CAMPANA A E. CECCHI datata marzo 1916
Caro Cecchi,
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Tre anni fa ero tornato all’Università di Bologna a fare il quarto anno di chimica pura. Quelli del mio paese che mi avevano sempre perseguitato con un’infamia e una ferocia lazzaronesca, risultando che io non ero altro che un avanzo di galera perché varie volte ero stato rimpatriato pidocchioso e stracciato (sfuggivo le loro infamie) mi fecero fare dalla polizia una perquesizione che mi impedì di continuare. Dicevano che ero anarchico, pericoloso, che volevo uccidere il Re, professori, ecc. Provai a cambiare università. A Genova fu peggio. Allora fuggii sui miei monti, sempre bestialmente insultato e perseguitato e scrissi in qualche mese i Canti Orfici includendo cose già fatte. Dovevano essere la giustificazione della mia vita perché io ero fuori della legge, prima che venissi assassinato con la complicità del governo, in barba lo Statuto. Venuto l’inverno andai a Firenze all’Acerba a trovare chi conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e nel caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava, ma che era molto, molto bene; e mi invitò alle Giubbe Rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po’ parlavo troppo bene e un po’ tacevo. Per tre o quattro giorni andò avanti e poi mi disse che gli rendessi il manoscritto e altre cose che avevo che l’avrebbe stampate nell’Acerba. Ma non le stampò. Io partii non avendo più soldi (dormivo all’asilo notturno) e poi seppi che il manoscritto era passato in altre mani. Scrissi cinque o sei volte inutilmente per averlo e mi decisi di riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita…
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Lo smarrimento del manoscritto avvenne realmente (n.d.r)
(Carlo Pariani, Vita non romanzata di Dino Campana, Guanda, 1978)
Dino Campana a Giuseppe Prezzolini
Egregio signor Prezzolini, mi rivolgo a Lei egregio signore. Io sono un povero diavolo che scrive come sente: Lei forse vorrà ascoltare.
Io sono quel tipo che le fui presentato dal signor Soffici all’esposizione futurista come uno spostato, un tale che a tratti scrive delle cose buone. Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato.
[...] Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata.
[...]
Aspetto pieno di fiducia.
Marradi, 6 gennaio 1914
Dino Campana
Cara zia Dorothy… Sono stato molto spiacente di leggere dei tuoi problemi agli occhi, ma voglio subito dirti che anch’io sono cieco ora, dopo i disastri del diabete e il glaucoma. Ho anche perso l’uso delle gambe a seguito di una doppia amputazione, così non posso vedere né camminare e passo tutto il mio tempo sulla sedia a rotelle o a letto. Non che mi lamenti. Al contrario, piagnucolo, sono arrabbiato e umiliato dalla presente condizione in cui vivo, ma ho qualcuna delle consolazioni dei viventi. Ho la mia cara moglie Joyce a cui sto dettando, e i miei quattro figli - mio figlio Nick, 39; Daniel, 37; Victoria, 31; e Jimmy, 30. Ho una quantità di nipoti che mi vengono spesso a trovare… E non posso dimenticare Willy e Ginger, i miei cani. Hanno un sacco di pulci, ma mi venerano. Li accetto, con le pulci e tutto”
John Fante
Lettere
(1932-1981)
Ho pubblicato in “Action poétique” un testo intitolato “Tentativo d’enumerazione di tutti gli elementi liquidi e solidi ingurgitati nel corso di un anno”. Tenevo un diario. Annotavo i miei pasti e questo ha dato un risultato che è al tempo stesso mostruoso e decisamente strano. Era un modo di procedere decisamente compulsivo! La paura di dimenticare! Ho tenuto questo diario, ho e annotato tutti gli avvenimenti, e nessun pensiero, no, solo fatti del genere “ Ho mangiato un cosciotto d’agnello e ho bevuto una bottiglia di gigondas”.
(Georges Perec, “Sono nato”)
da Virginia Woolf al marito Leonard il 28 marzo 1941
Carissimo,
sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E questa volta non ce la farò a riprendermi. Comincio a sentire le voci, non riesco a concentrarmi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita, che senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno ad esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella mia vita. Hai avuto con me un’infinita pazienza, sei stato incredibilmente buono. Voglio dirti che - lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi questo qualcuno eri tu. Tutto se ne è andato via da me, tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.
V.
Nietzsche a Meta von Salis
3 gennaio 1889
Il mondo è trasfigurato perché Iddio è sulla terra.
Non vede come tutti i cieli esultano?
Ho appena preso possesso del mio regno, getterò il papa in prigione e farò fucilare Guglielmo, Bismark e Stoecker.
Cavolo, il folletto c’era già ai tempi del Tasso! In effetti è una ladrata e poi sei sempre dipendente dalla Workwerk per i ricambi!