Il motto

Pubblicato da Sarah Spinazzola lunedì 22 marzo 2010

Dunque?
Dunque lo stile molte volte non è l’uomo! E così, di mano in mano, vi porterei gli esempi all’infinito, se l’infinito fosse compatibile con un volumetto in 18.° o colla pazienza in 24.° del benevolo ma sempre annoiato lettore!
Lo stile molte volte non è l’uomo!
– Il motto è l’uomo! – Il motto coglie l’individuo, quando meno se l’aspetta, gli sfugge dalle labbra, e lo compromette per tutta la vita.
Basta un motto, basta un aforismo o una sentenza, perché un uomo si riveli tutt’intero quant’egli è, agli occhi dei presenti e dei futuri.
Quando l’ex-vescovo Talleyrand disse che – la parola era stata data all’uomo per mascherare i propri pensieri – egli non si avvide che in questa sentenza c’era tutta la biografia e il ritratto al dagherrotipo di sè medesimo – vale a dire, c’era dentro dipinto a vivi colori lo spiritoso diplomatico che aveva avuto, nella sua lunghissima vita, una parola di fanatismo per la Rivoluzione del 93, un delirio per il Consolato, un altare per l’impero, un’apoteosi per la restaurazione del 15, e un’Osanna per i cosacchi del Don, entrati militarmente a Parigi!
– Lo stato son’io! – disse Luigi XIV – e questo motto vi rende l’immagine del monarca più grande e più dispotico che abbia avuto la Francia.
Quando il principe di Metternich si lasciò scappare dalla bocca – dopo di me, il diluvio! offerse all’umanità il modello più perfetto, che possa aversi, dell’uomo fuso in sistema!
Lasciatemelo ripetere: il motto è un dagherrotipo; il motto è uno specchio che riflette l’individuo, l’epoca e il paese!
– Il denaro fa tutto – ha detto la Francia del secolo decimonono: e questo aforismo nazionale è spuntato per l’appunto, come un prodotto d’ingegno, là in quel paese dove fiorisce il Puff, dove alacremente si studia per il miglioramento della razza dei Conards, dove la Réclame assorda gli orecchi, fin da lontano le cento miglia, come la caduta del Niagara, dove la Blague è una gualchiera a moto-perpetuo, dove insomma la celebrità, il talento e il successo son ridotti a questione di tariffa, e dove la specie monetata ha vittoriosamente risoluto il gran problema della Scienza infusa!!
Intanto bisognava coniare una formula che rappresentasse l’epoca attuale – e questa gloria è toccata agli Stati (per ora) Uniti d’America.
– Il tempo è moneta! – ha gridato l’Americano, del lito meridionale e del settentrionale, alla vecchia Europa! e la vecchia Europa si è scossa al rumore di questa formula, tutta di metallo sonante, ed ha ripetuto in coro – il tempo è moneta!
Ecco il motto del popolo mercante: eccola divisa del secolo banchiere! ecco il grido d’allarme, ecco l’hourra di tanti milioni d’uomini, che corrono, baionetta in canna, all’aumento del capitale, e alla gran conquista della Borsa, lo storico Vello d’oro degli Argonauti moderni!!
Non ci perdiamo in illusioni: non ci divaghiamo in fisime glorie passate e tradizioni coperte di polvere: non intorbidiamo la prosa finanziari dell’epoca, col miscuglio di una poesia eterogenea e dissolvente.
Ogni cosa ha il suo tempo!
Passarono i fasti di Roma antica e del suo popolo. Da quella razza alla nostra ci corre tanta di sproporzione, che non potuto giammai prendere sul serio la storia romana, e l’ho sempre considerata come la mitologia di un’epoca più recente.
Il Medio-Evo è uno scheletro tarlato dal tempo e dalle leggende, tutto chiuso dal capo ai piedi, dentro una pesante armatura di ferro – eccellente arnese per far atta di presenza nei Musei e nei templi consacrati all’Antiquaria. Chi se ne giova, lo tocchi!…
I cavalieri della tavola rotonda, inventati dall’Arcivescovo Turpino, le Dame rapite, i castelli merlati, i ponti-levatoi, il corno dell’Araldo, il liuto del Trovatore, le gualdane, i tornei, le giostre, i Crociati, le risse dei Comuni, la ruggine dei Guelfi e dei Ghibellini, son tutte anticaglie, roba passata di moda, buona soltanto a tagliarci sopra qualche novella, per consumo dei ragazzi, o qualche libretto per musica, ad uso dei coltivatori del contrappunto.

(Un romanzo in vapore – Da Firenze a Livorno – Guida storico-umoristica, Carlo Collodi, Maria Pacini Fazzi editore in Lucca, 1987, pp. 5-8)



2 commenti to “Il motto”

  1. L’Italia dove la cultura era un valore, l’Italia dei tempi di Collodi, ad esempio, è un’invenzione della lobby degli insegnanti: son tutte anticaglie, roba passata di moda, buona soltanto a tagliarci sopra qualche novella.
    Scrive oggi Giovanni Sartori sul Corriere della Sera: “Analfabeta è chi non sa l’alfabeto, e che perciò non sa leggere né scrivere. Beninteso, anche l’analfabeta parla e capisce frasi elementari. Per esempio capisce la frase «il gatto miagola», ma è già in difficoltà se la frase diventa «il gatto miagola perché vorrebbe bere il latte». L’esempio è di Tullio De Mauro, principe dei nostri linguisti, che torna alla carica con una nuova edizione del suo libro La cultura degli italiani. Cultura o incultura?
    I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere”.

  2. mi dispiace che il sapere si deprime. è pieno di cose belle.

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