Lazio. Città. Tarquinia I

Pubblicato da Gessica giovedì 15 aprile 2010

Era uno strano ambiente, a Tarquinia. Io non ero mai stato fuori dal Veneto, altro che nelle città, e veramente non sapevo che cos’è un paesaggio. Credevo che fosse tutt’al più una di quelle vedute sulle cartoline, un taglio con dei pini, acqua e rocce, un pezzo di città, e in fondo, per esempio, un monte che fuma. Oppure credevo che un paesaggio fosse una fantasia di parole, come “Bei monti della sera - azurra è già l’Italia; stati d’animo vaghi che si provano viaggiando in treno in regioni nuove, quando a un certo punto si pensa, qui è già Romagna, Toscana, Piemonte, e il nome somiglia a un colore. Il nostro paesaggio veneto, siccome ci ero cresciuto dentro, non mi era mai venuto in mente che fosse un paesaggio. Ma qui attorno a Tarquinia, c’era davvero il paesaggio, e come: faceva l’effetto di una mazzata. Il grano era stato mietuto, ma bisognava informarsi per confermarlo; ciò che si vedeva erano solo file di collinette nude, a onde successive, di un colore fra la stoppa e la paglia. Pareva un deserto, ma tutto movimentato. C’erano macchie rare colr verde scuro, quasi nero; arrivando in una di queste minuscole oasi si trovavano alcune piante di fico, e qualche piantina di pomodoro. Ci si arrivava certe volte facendo le tattiche, un po’ correndo un po’ strisciando per terra: con una mano si reggeva il fucile, con l’altra da terra si rubava un pomodoro mezzo fatto, e lo si cacciava in bocca. Fu Lelio a insegnarmelo, io non ne avevo mai mangiati altro che a tavola, fritti. Avevamo gli occhi bruciati di sudore, e il viso sporco di terra.
Il terreno era duro e rinsecchito, e sotto i piedi sembrava vuoto. Infatti ogni volta che si scartava una trincea (ce la facevano scavare per passare il tempo, non per contrastare gli sbarchi delle flotte alleate; queste avevamo ordine di affondarle al largo con le sei palottole in dotazione ciascuno), prima o poi il piccone entrava in uno spazio vuoto, e in un attimo si era dissepolta una tomba. Nasceva irresistibile l’idea che non fossero tombe qualsiasi, ma i ricettacoli di una civiltà scappata dal deserto della superficie, dall’epdemia del sole, e che il senso segreto del paesaggio fosse questo.

Da I piccoli maestri di Luigi Meneghello.



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