Verbale del 6 febbraio 2010
RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 6 FEBBRAIO 2010
La riunione inizia alle ore 16 nei locali dello Spazio Gerra di Piazza XXV aprile.
Paolo Nori comunica che la prossima riunione è fissata per sabato 13 marzo alle ore 15,30, nello stesso luogo [NB: LA RIUNIONE E L'INCONTRO CON BELLOSI, SARANNO INVECE ALLA BIBLIOTECA DELLE ARTI, A 100 METRI DALLA SPAZIO GERRA, IN PIAZZA DELLA VITTORIA, VEDI COLONNA CONFERENZE, QUI A FIANCO ]. In tale occasione, dopo i lavori, si svolgerà il secondo degli incontri della rassegna “Come se i libri eran motori (e chi li leggeva era un meccanico)”. Giuseppe Bellosi parlerà del monologo di Raffaello Baldini “La fondazione”, uscito postumo, di cui Bellosi ha curato la traduzione dal dialetto di Sant’Arcangelo in italiano. Sono a disposizione delle copie del libretto, in modo che chi non ha avuto occasione di acquistarlo prima possa procurarselo e leggerlo in vista del nuovo incontro.
Per quanto riguarda il numero cinque della rivista, sono arrivate molte altre lettere al direttore. Paolo legge una lettera sull’uso delle frecce di segnalazione da parte degli automobilisti, poi un’altra sulle scie anomale degli aerei nel cielo; legge quindi un paio di lettere brevi, per esempio quella che dice “Quale destino avrà il nostro paese se viene confiscato un allocco a due anziane signore?” e un’altra che dice: “Chissà se qualcuno ha voglia di andare a controllare se i tappeti e le passatoie delle chiese cattoliche del nostro Paese siano rispondenti alle norme antincendio”.
Sono arrivate anche lettere indirizzate non genericamente al direttore, ma a persone con nome e cognome, tipo Maria Latella (direttrice di “A”, ovvero “Anna”, e Sergio Romano); anche alcune di queste lettere sono belle, e se saranno utilizzate nel numero cinque probabilmente compariranno con l’intestazione un po’ diversa (cioè senza “Cara Latella”, “Caro Romano”, ecc.). Paolo legge una lettera indirizzata alla Latella, questa qui: “Cara Latella, sulla vetrina di una palestra, qualche tempo fa, ho visto un manifesto con una ragazza spettacolare, accompagnata dalla scritta: “Quest’estate vuoi essere sirena o balena?”. Pare che una donna abbia risposto così: “Egregi signori, le balene sono sempre circondate da amici (delfini, foche, umani curiosi), hanno una vita sessuale molto vivace, allattano i cuccioli, cantano benissimo e si strafogano di gamberetti. Nuotano tutto il giorno in posti fantastici, dalla Patagonia alla Polinesia. Sono amate e difese da quasi tutti. Le sirene, invece, non esistono. E se esistessero farebbero la fila dagli psicologi in preda a un grave problema di sdoppiamento della personalità (donna oppure pesce?). Io preferisco essere balena”. P.s. Noi donne prendiamo peso, perché accumuliamo tanta di quella conoscenza, che nella testa non ci sta più e si distribuisce in tutto il corpo. Non siamo grasse, siamo colte. Ogni volta che vedo il mio sedere penso “Come sono intelligente”.
Tra le altre lettere segnalate c’è anche quella di una professoressa di italiano di Caserta sul terremoto d’Abruzzo: “Ho seguito con pena le vicende di questi giorni, ho pianto per i morti, ammirato l’ abnegazione dei volontari e la dignità dei sopravvissuti. Accanto a questi sentimenti, una riflessione si è fatta viva nella mia mente: da insegnante di lettere, in pensione, non ho potuto fare a meno di notare la correttezza e la proprietà linguistica dei diversi intervistati. A qualsiasi età o ceto appartenessero, tutti riuscivano a rendere le loro emozioni in modo chiaro. Quanta differenza con il linguaggio dei terremotati degli anni passati, quando le persone stentavano a usare l’ italiano! Merito della tanta bistrattata scuola? Lo voglio credere, perché mi ripaga delle tante accuse di cui mi sono sentita indirettamente oggetto nei miei lunghi anni di insegnamento”.
Giovanni Maccari legge alcune lettere inviate al direttore de “La Nazione” di Firenze: una che esamina i rapporti tra la cupidigia (segnalata da Benedetto XVI come causa dei più gravi errori) e la mania dei graffitari, un’altra sulle matite degli insegnanti inglesi (quelle rosse causerebbero grave ansia e disagio negli allievi).
Paolo Nori legge una lettera sulla qualifica di “vecchietta” attribuita da un giornalista a una signora di 65 anni, poi un’altra di un signore di 70 anni a cui è stato notificato che, causa limiti di età, il suo nome sarà tolto dalla lista delle persone che possono fare gli scrutatori nelle elezioni; la cosa gli sta bene, gli pare giusta trattandosi di una faccenda di responsabilità, ma perché non succede qualcosa di simile anche agli uomini politici, che continuano la loro attività ben oltre i 70? Poi c’è la lettera di una certa signora Piera di Reggio Emilia che è andata per due giorni consecutivi in un bar di via Vivaldi alle 9 di mattina e ci ha trovato due operai del comune che leggevano il giornale e giocavano al gratta e vinci; si era appostata in macchina fuori dal bar e ha verificato che la pausa-colazione dei due operai durava in media una mezzora.
Paolo Nori sottolinea che abbiamo già moltissimo materiale, ma abbiamo tempo fino alla prossima riunione del 13 marzo per raccoglierne dell’altro, e tutti possono contribuire. Matteo Remitti legge due lettere inviate a “La luna nuova”, periodico di Palagano (comune nell’appennino modenese) – una a proposito dei panini che non si trovano durante le escursioni in quelle zone, l’altra su un gruppo di seminaristi di Costringano.
Alle ore sedici e trenta entra Irene Russo.
Paolo Nori legge una lettera che compara i prezzi dei peperoni verdi, gialli e rossi; che cos’hanno di speciale quelli verdi, che costano il doppio degli altri? E le ciliegie turche sono molte buone, ma costano il 270% in meno di quelle italiane. Ci sono anche delle lettere con un tono diverso; per esempio quella del figlio di uno dei fucilati di Cervarolo, che chiede: perché non posso mettere una croce nel posto in cui è stato ucciso mio padre?
Poi Paolo Nori legge alcuni sms mandati a giornali gratuiti di Bologna, segnalati da Francesco Niccolai (es.: “per me la scuola andrebbe eliminata – succedono troppi fattacci”). Legge quindi una lunga lettera sulla politica delle esumazioni nel cimitero nuovo di Coviolo.
Per Irene Russo è un argomento difficile da inserire in una raccolta di lettere che trattano materie per così dire “banali”.
Paolo Nori è d’accordo, ma sottolinea che la peculiarità della lettera sta nel fatto che l’autore ha dovuto eseguire tutta una serie di conti e sopralluoghi, prima di scriverla. Parla quindi di alcune lettere spedite al portale italiano dei Domenicani; sono belle, ma data la loro “settorialità” probabilmente non possono essere utilizzate nel numero 5.
Paolo Vìstoli chiede se è prevista una prefazione per il fascicolo in uscita.
Per Paolo Nori è forse sufficiente il titolo, “Almanacco dell’anno scorso”. Si pensava di inserire una dozzina di lettere “false”, di cui un paio sono già a disposizione.
Paolo Domenici chiede se le lettere false debbano essere indirizzate ai direttori di giornali o se possano essere rivolte anche ad altre persone.
Paolo Nori risponde che devono essere rivolte ai direttori di giornali.
Per Matteo Remitti alcune lettere “vere” sono inarrivabili, e sarà molto difficile distinguerle da quelle “false”.
Paolo Nori legge una lettera vera, di un lettore che fa il calcolo di quanto costa sparare ogni giorno a mezzogiorno una salva col cannone posto sul Gianicolo (73 euro al giorno per 365 giorni). Poi annuncia che il 25 aprile prossimo, a Casa Cervi, ci sarà l’ultimissimo Pignagnoli Ballabile.
16,55 – 17,10: pausa per sigaretta e caffè.
Paolo Nori ricorda dice che per illustrare il numero 5 sono arrivate già parecchie immagini; in ogni caso sul sito della rivista c’è un nuovo post di Timofey Kostin, che spiega i quadri da riprodurre. Nulla vieta comunque di mandare anche immagini diverse da quelle suggerite. È rimasta ancora una copia del libro di Baldini che verrà presentato al prossimo incontro, se qualcuno la vuole comperare sarebbe una bella cosa. Per quanto riguarda il numero 6, dobbiamo decidere come impostarlo; purtroppo Gessica Franco Carlevero, che curerà il fascicolo, non è potuta venire neanche oggi, ne parliamo noi e poi la sentiamo al telefono.
Paolo legge un commento lasciato sul sito della rivista, dove si sostiene che la geografia è relativa e non assoluta, e che ha più senso parlare di geografia personale piuttosto che oggettiva.
Giovanni Maccari legge un brano da “Specie di spazi” di Georges Perec.
Paolo Nori chiede se è in quel libro che l’autore risponde alla domanda (“Dove vivi?”) in venticinuque modi diversi, tutti corretti e diversi tra loro. Gli viene risposto che si trova in “Pensare/Classificare”.
Paolo Domenici legge un altro brano da “Specie di spazi” che oggi ha portato pure lui; tutti se ne vanno in giro con un orologio, ma nessuno con una mappa – a significare che si dà molta importanza al tempo e molto poco allo spazio, alla geografia; si crede si sapere dove ci si trova. In questo pezzo si dà molto rilievo al problema dello spostamento relativo (nello spazio).
Per Paolo Nori lo stesso discorso di relatività si può fare per il tempo; lo stesso posto, a distanza di tempo, può diventare irriconoscibile; fa l’esempio della piazza di Reggio, che ha visto in una foto scattata durante i funerali del 7 luglio 1960; sembra una città mediorientale. Secondo lui bisogna lavorare anche sugli aspetti personali della geografia (esempio del brano sulla morte di Ojetti, che era convinto di essere a Napoli e non a Firenze). Se facciamo un numero di racconti, come le prime due uscite della rivista, il tema dovrebbe essere inteso in modo più rigido; potremmo ripescare racconti già inviati e non utilizzati, nonché chiedere il permesso di riprodurre brani come quelli di Perec. In questo modo, però, ci allontaneremmo parecchio dall’idea originale; bisognerà parlarne con Gessica.
Matteo Martignoni legge un racconto che ha mandato sull’esistenza o meno della Basilicata.
Per Paolo Nori il brano andrebbe bene sia come racconto che come reportage della serie “Dal nostro inviato speciale”.
Per Matteo Martignoni dipende dalla cornice che si adotterà.
Per Paolo Nori la struttura ricalcata su quella del manuale di geografia è molto bella, ma ci vuole un grande controllo, tipo quello di Ourednik con “Europeana”. Tante voci sono difficili da armonizzare. Comunque sarebbe bello uscire con la forma “manuale”, proprio adesso che tolgono la geografia dalle materie d’insegnamento.
Secondo Paolo Domenici la struttura a manuale è molto ambiziosa, tuttavia non la abbandonerebbe. C’è una via di mezzo: seguire la via del manuale, lasciando spazio per resoconti e interviste.
Paolo Domenici fa notare che la rubrica “Dal nostro inviato speciale” era stata ammessa.
Secondo Paolo Vìstoli l’indice rigido è valido (vedi Perec).
Paolo Nori sottolinea che appunto Perec si dà delle regole molto severe, ma poi le segue rigidamente. Secondo Paolo la struttura ideale – in generale – è quella della raccolta di racconti, come nei primi due numeri; ma si trattava appunto di una struttura flessibile.
Giovanni Maccari osserva che finora sono arrivati pochi brani narrativi sul tema “geografico”; proviamo a sollecitarne altri, vediamo cosa arriva e poi si decide.
Paolo Nori chiede se qualcuno ha letto la lettera segnalata dal presidente dell’ARCI di Reggio Emilia; Giovanni Maccari e Gianfranco Mammi dicono che è troppo lunga, entrambi hanno provato a leggerla ma non sono arrivati alla fine. L’inizio però è molto bello, poi purtroppo la lettera si perde.
Paolo Albani chiede se sia possibile recuperare testi già pubblicati sull’argomento, tipo quelli di Manganelli o di Cortellessa.
Per Paolo Nori si può fare.
Paolo Albani ricorda che Ermanno Cavazzoni voleva rifare l’atlante geografico De Agostini descrivendo solo luoghi immaginari. È vero che esistono già molti esempi del genere, ma Cavazzoni intendeva fare una cosa molto rapida, con schede brevissime contenenti le stesse indicazioni (estensione, numero di abitanti, chilometri di ferrovie, ecc.).
Giovanni Maccari osserva che Mammi aveva inviato qualcosa di simile, molto tempo fa, a proposito della “Poronia”.
Gianfranco Mammi risponde che però si trattava di una cosa diversa, poiché non c’erano “schede” e si trattava di un solo paese.
A Paolo Albani viene in mente “La fata morgana” di Gianni Celati, che descrive appunto usanze e elementi geografici di un paese inesistente.
Paolo Nori osserva che purtroppo sono finite le scoperte geografiche. È uscita da poco, ed ha avuto un buon successo, una guida turistica su un luogo che non c’è. Poi è stata pubblicato anche il “Viaggio da San Pietroburgo al nulla”, un diario di viaggio basato non sulla descrizione dei luoghi attraversati ma sul racconto di ciò che vi è successo; si potrebbe chiedere alla casa editrice Voland se ci dà il permesso di pubblicare due o tre dei brani più belli.
Paolo Albani suggerisce di confezionare dei finti reportage di viaggio imitando lo stile, per esempio, di quelli scritti da Moravia.
Paolo Nori riferisce di una lettera arrivata al sito della rivista, dove una “lettrice combattuta” dice che si divertirebbe a leggere quel che scriviamo, ma le viene il nervoso. siete degli irresponsabili, scrive.
ormai è passato del tempo, e invece che migliorare, peggiorate.
La seduta è tolta alle ore 17,45


Ho il sospetto che la lettera della balena l’abbia scritta B.
Ma insomma Popinga, ma sempre i soliti sospetti, ma no! No Popinga, mi dispiace, ma io non ho scritto la lettera sulla balena, anche se mi sarebbe tanto piaciuto. Però potrei scrivere una lettera sulla sirena molto alapasg che va in palestra per sentirsi balena (autobiografica, modestamente), oppure di uno (uno scarso comunicatore un tantino coglione diciamo) che apre una palestra convinto che le donne ci vadano perchè desiderano scegliere, e non ha capito invece che noi non vogliamo scegliere, che lo siamo già tutte un po’ balena e tutte un po’ sirena, alla bisogna. Anche perchè in realtà le sirene sono balene illusorie. E poi alle balene silenziose si dà la caccia tutta la vita, mentre le sirene ammaliatrici si rifuggono come i brufoli da Nutella, e allora perchè mai una dovrebbe giocarsi anche quel poco che avanza dell’umanità maschile cacciante? La balena contiene dentro di sè i segreti della conoscenza e ingurgita saggezza profetica, e il suo canto muto e ultrasonico attraversa gli oceani. La sirena è una balena stonata, inutilmente logorroica. Oppure la balena è una sirena coi capelli lunghi, banale e molto démodé, nestpà?
Concludo con un’osservazione universale a forma di domanda amletico-retorica, che vale per la balena e per la sirena: Ma perchè mai una dovrebbe andarci, in palestra? Eh? Che mi risponda pure un girino, se lo sa.
Chi abbia scritto la lettera non so. Però circola in internet da un po’ di tempo. Io l’ho ricevuta da un’amica nel novembre scorso.
Ciao a tutti, belli e brutti
però, a mio parere, la mucca di Rodari che confina a nord con le corna e a sud con la coda è una delle più belle descrizioni geografiche di sempre. a mio parere.
Bolero, a me la mucca di Rodari che mi dici, che io prima non la conoscevo, mi ricorda quella di Ogden Nash:
The cow is of the bovine ilk;
One end is moo, the other, milk.
Provien la mucca da bovine schiatte;
da un lato è mu, dall’altro latte.
A me ogni tanto mi balena un’idea in testa, poi quello che fa dopo che m’è uscita non è affar mio.
E infatti una volta avevo messo una sirena alla balena, e poi mi scoppiava la testa.
Io poi sulla mucca ho qualcosa da dire,
ma dopo me lo scordo.
qualhuno, l’ho trovata io la sirena che ti è uscita dalla testa e l’ho dovuta distruggere con dei pestoni, mi dispiace tanto, ma tanto. Però te ne compero una nuova, se riesci a ricordarti in quale mucca puntualizzata posso trovarla. La balena però io non te l’ho toccata perchè era proprio carina e non dava nessun fastidio secondo me, perciò deve essere ancora lì, dentro la tua testa. Cerca di non scordartela subito e magari attaccaci Campanellino, stavolta eh? Mi hai fatto ridere, ma tanto rido facilmente: sò bis’hera!
Popinga, ti ringrazio perchè io la mucca di Nash non la conoscevo. Un amico invece mi ha mandato un telegramma per dirmi che oltre alle mucche geografiche esistono anche le mucche storiche, tipo la mucca carolingia.
Io ce l’avevo la mucca carolingia, con l’autografo di Alcuino da York.
E dove l’hai messa Popinga? Eh? Alcuino l’ha rubata, Popinga, che se lo sa Beda! Che c’è morta un sacco di gente per quella mucca di Columba. C’è poco da scherzare voialtri. Ti conviene nasconderla nella copia del libro, Popinga, e qui non diciamo niente a nessuno, che è meglio.
Io una volta avevo una mucca come segnalibro, ma era scomoda. Così non mi balena un’idea? Per non scordarmela non ci attacco un Campanellino? E sto Campanellino non comincia a suonarmi che stavo rientrando di sera e era tardi? Che non ho svegliato tutti e si sono arrabbiati? Che allora non mi son detto: allora non era meglio quando avevo la sirena?
No. Qualhuno ha risposto, ma mica so s’ero io.
“Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto.”
(dal cap. 27 dei Promessi sposi)
ah, ma scrivete pure se uno arriva in ritardo?
comunque l’argomento del cimitero volevo dire che starebbe bene in mezzo a cose banali, anzi.
Ecco, hai letto in ritardo anche il verbale…
:)