Verbale della riunione del 4 dicembre 2010
RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – MAUS AND MUTTLEY (REGGIO EMILIA), 4 DICEMBRE 2010
Dopo aver brevemente illustrato l’idea originaria del numero 6 dell’Accalappiacani, un atlante geografico un po’ strampalato, Paolo Nori chiede ai presenti se hanno letto il file inviato da Gessica Franco Carlevero e cosa ne pensano.
Alessandro Bonino non sa dire se a lui piaccia o meno, però ha dei dubbi sulle poesie che compaiono come introduzione ad alcune regioni. Legge “Morfologia e idrografia poetica” dell’Abruzzo ma viene interrotto al 17° verso “monti della Marsica monti della Meta monti Simbruini monti Ernici nel vicino ovest”. Ammette che la poesia risulta un po’ ostica e aggiunge che, a differenza di quanto aveva immaginato, il numero sta prendendo una forma molto omogenea anziché essere un collage di materiale eterogeneo.
Paolo Albani spiega che al momento manca ancora un collante ma che, d’altronde, questa mancanza potrebbe rivelarsi una fortuna per un atlante stralunato. Infatti, l’unica struttura che ancora resta in piedi è la suddivisione per regioni. Il materiale potrebbe poi essere integrato con alcuni brani ad esempio di Giorgio Manganelli o di Thomas Bernhard.
Anche Silvia Marmiroli nota la mancanza di una struttura organizzativa dei pezzi.
Paolo Nori fa presente che un’alternativa potrebbe essere quella di abbandonare la suddivisione per regioni e compilare una sorta di libro sull’Italia. Ma una simile operazione (al di là dell’essere più o meno interessante), allo stato attuale, è assai difficile perché, di fatto, il materiale raccolto ancora non ha un verso.
Che il numero non abbia preso forma, secondo Gea Vecli, è evidente. Però alcuni brani sono molto belli. Si potrebbe tentare di tirar fuori un atlante ancor più storto oppure si potrebbe smontarlo da capo e provare a dargli una struttura diversa ma più riconoscibile.
Secondo Paolo Albani, se si pensa ai vecchi numeri dell’Accalappiacani bisogna riconoscere che sono tutti un po’ destrutturati. Dunque occorre capire: è un problema di forma o di contenuto?
Gea Vecli risponde che è un problema di forma e contenuto, senza contare il fatto che nessuno dei numeri precedenti aveva un tema così particolare come quello attuale.
Inoltre, a detta di Paolo Nori, i numeri pubblicati, pur nella loro “deformità”, si leggevano agevolmente dall’inizio alla fine mentre il numero sei, eccezion fatta per l’Emilia Romagna, si fa fatica a leggerlo.
Matteo Martignoni avanza questa proposta: visto che il tema dell’atlante potrebbe anche risolversi in un fallimento, si potrebbe correggere l’impostazione e anziché fare un atlante, puntare proprio sul fallimento di un atlante.
Viene anche proposto un possibile titolo “Tentativo fallito di fare un bellissimo numero dell’Accalappiacani”.
A Paolo Nori era anche venuto in mente di rimodulare il tutto utilizzando una sola voce, come in Europeana di Ouředník. Ma l’operazione sarebbe molto complessa, soprattutto se la si estende all’Italia intera. Magari, fermandosi all’Emilia, la cosa potrebbe funzionare. Resta però un fatto: dopo il penultimo invio l’impressione era che il numero fosse quasi pronto, oggi, con quest’ultima bozza, si sente che siamo ancora lontani. Fra l’altro l’atlante dovrebbe uscire ad aprile e quindi il tempo a disposizione è alquanto scarso.
Paolo Albani aggiunge che, al di là dello sbilanciamento nel numero di pezzi disponibili per ogni regione, c’è anche il fatto che forse, tradendo un po’ le aspettative, l’atlante non riesce a far emergere l’anima delle regioni.
Questa osservazione sembra molto azzeccata a Gea Vecli che, fra l’altro, ha dei dubbi sulla decisione di seguire un ordine alfabetico, cosa che, in un manuale di geografia, non avrebbe molto senso.
Quel che è certo, spiega Paolo Nori, è che – se si riesce a fare il numero 6 – dal numero 7 bisognerà cambiare un po’ di cose. Paolo Domenici e Mauro Orletti hanno iniziato a riorganizzare l’archivio del materiale inviato fino a d oggi. Una cosa utile visto che, sull’atlante, si ha come l’impressione di essersi un po’ arrangiati con quel che si aveva a disposizione. Alessandro Bonino, Gianfranco Mammi e Sarah Spinazzola si stanno invece occupando del sito, tentando di rivitalizzarlo. Non sarebbe male una collaborazione fra chi si occupa dell’archivio e chi si occupa del sito, ad esempio segnalando i pezzi ricevuti dalla redazione per una loro pubblicazione. Delle letture che ne facciamo in giro, il numero 5 sembra molto riuscito, eppure in libreria sono state ordinate solo 125 copie. Arrivare in libreria è una questione che non possiamo trascurare.
A questi aspetti un po’ critici Alessandro Bonino ne aggiunge altri: l’intervallo di sette mesi fra un numero e l’altro; la mancanza di contributi esterni sul numero 4 e sull’almanacco; il conseguente ridimensionamento della partecipazione alla rivista; la mancanza di promozione.
Paolo Nori invita a valutare la possibilità di fare anche una cosa diversa. Per esempio una collana che cominciasse con un Tentativo di esaurimento della città di Reggio Emilia e continuasse tentando di esaurire tutti i capoluoghi di provincia italiani. Che essendo 110, e volendo pubblicare un libro all’anno, presupporrebbe un piano dell’opera da concludere in 110 anni. Si potrebbe provare con la formula delle interviste. Ci sono anche degli antecedenti ai quali guardare, per esempio “Un paese” di Zavattini, che doveva far parte di una collana e che invece è rimasto l’unico volume pubblicato. Quindi il lavoro da fare sarebbe quasi sociologico e un po’ all’inverso: anziché fondarsi sull’invenzione e sullo stile, si incentrerebbe sulla ricerca di cose che esistono, sul tentativo di far venir fuori quello che c’è già e sul montaggio. Una fattografia, insomma.
Vengono formulate alcune proposte: intervistare sindaci, uomini illustri, oppure parenti di uomini illustri, il cugino di Ligabue, i personaggi rinomati in un luogo particolare, ad esempio un tale Pavarottino di Correggio che, a quanto sembra, vaga di notte per le via del paese vestito come Pavarotti, cantando le arie più famose interpretate da Pavarotti, commentando l’acustica delle vie di Correggio.
Secondo Luca Borri bisogna partire dall’odio. Qualcuno allora propone un tentativo di esaurimento di Reggio Emilia con interviste realizzate a Modena.
A questo punto Paolo Nori fa presente che, se decidessimo di cambiare “testata”, tipologia di lavoro e nome, avremmo anche deciso di non fare più l’Accalappiacani.
È il momento adatto per una pausa e per fumare una sigaretta.
Alle 17,25 la riunione riprende.
Paolo Nori legge un pezzo arrivato all’Accalappiacani Suite novarese, di Marco Bartoli, che Giovanni Maccari commenta associandolo a “L’arte della fuga” di Pontiggia mentre Matteo Martignoni dice che non c’ha capito niente salvo Bismarck che cammina sotto i portici.
Comunque, a proposito del numero 6, Giovanni Maccari dice di aver pensato che l’ultimo invio di Gessica Franco Carlevero fosse una semplice raccolta del materiale selezionato, diviso per regioni, senza una forma particolare. Fra l’altro, in questa occasione, è mancato lo sforzo di lavorare espressamente per l’atlante. Ad esempio quasi nessuno è andato alla ricerca di ordinanze comunali.
Il tema dell’atlante geografico piace molto a Paolo Colangrande. Bisognerebbe però riuscire ad ottenere lo stesso risultato raggiunto con l’idea del “sugaman”, cioè fare in modo che il lettore arrivi alla fine del numero con l’impressione di aver letto una cosa che ha poco a che fare con la geografia. Si offre perciò di esaminarlo da cima a fondo per provare a tirar fuori qualcosa di diverso, che magari si avvicina abbastanza all’idea del fallimento di un atlante. Con l’aiuto di Gea Vecli proverà a ripensare il numero 6 entro Natale.
Paolo Nori chiede ai presenti di esprimere il proprio parere anche riguardo all’idea del tentativo di esaurimento delle province italiane.
Giovanni Maccari dice che a lui il progetto interessa molto, ha solo dei dubbi riguardo la possibilità di dare un contributo concreto quando l’indagine sul campo avviene in luogo distanti da quelli nei quali si abita.
Anche Simona Brighetti ha qualche dubbio: il tempo necessario e la scelta di un contesto così ampio come un’intera provincia. L’esperienza già fatta per un lavoro analogo, è avvenuta in piccole realtà come Bazzano e Crespellano.
Elisabetta Cani aggiunge che in quell’occasione si era oltretutto agevolati dalla presenza di un tema specifico.
Paolo Nori dice che il lavoro fatto a Bazzano e Crespellano doveva concludersi in tempi molto ristretti, e anche questo ha aiutato. In ogni caso il tentativo di esaurimento di una provincia potrebbe anche non essere fatto di sole interviste.
Matteo Martignoni fa presente che si potrebbe utilizzare il materiale del backstage, per esempio le lettere che i vari partecipanti al progetto si scambiano durante il lavoro.
Per permettere a tutti di ricevere i testi e collaborare a progetti futuri viene raccolto l’indirizzo di posta elettronica di chi non è nella mailing list. Grazie ad Alessandro Bonino si scopre che nel 99,9% dei casi gli indirizzi e-mail non sono “case-sensitive” e cioè, detta volgarmente, non riconoscono maiuscole o minuscole.
Vengono fatte altre proposte per contribuire al numero 6: Paolo Zerbinati pensa di inserire sentenze emanate dai tribunali; Paolo Nori ricorda l’idea dei modi di dire metaforici, cose del tipo “brutto come la paura” oppure “finto come l’ottone” oppure ancora “falso come una lapide”; Mauro Orletti dice che si potrebbero utilizzare la formula delle definizione dei luoghi attraverso altri luoghi e fa l’esempio della piccola Parigi, della Versailles sul Brenta, dell’Olanda lodigiana, dell’Atene sarda, del Tibet d’Abruzzo e della piccola Gerusalemme.
Prima di terminare, Alessandro Bonino chiede come ci si organizzerebbe a livello operativo per realizzare il progetto di un numero 7 della rivista che non sarebbe né un numero 7 né una rivista. Si arriva alla conclusione che occorrerà definire i ruoli, condividere i modi più efficaci per far funzionare le interviste, utilizzare espedienti come quello del “mi ricordo”. A questo proposito Paolo Nori fa notare che viviamo un momento singolare, un momento in cui tutto è cambiato, tant’è che Giulio Angioni, uno scrittore e antropologo sardo, dice che la sua infanzia è stata più simile a quella dei bimbi della civiltà nuragica che all’infanzia dei bimbi della società odierna, e, in questo contesto, il mi ricordo, la memoria di quel che succedeva cinquanta o quaranta anni fa, ha, forse, anche più senso, o forse no. E con questo la seduta è tolta alle ore 18,40


Durante la riunione si è detto che da molte regioni non emerge “l’anima”. Sono abbastanza d’accordo. Se l’anima emerge tutta per Emilia, Lombardia, Abruzzo Basilicata e altre, per esempio non esce l’anima della Liguria o anche delle Marche o dell’Umbria. Potremmo capire quali sono a giudizio di tutti le regioni senz’anima e discutere magari nella prossima riunione quale potrebbe essere l’anima o se invece possiamo definirle veramente regioni senz’anima?
Prima della prossima riunione, entro natale, Agostino e Paolo C. hanno preso l’impegno di mandare un loro nuovo montaggio del materiale esistente. Lo leggeremo e ne parleremo nella prossima riunione. Se i due lavori o uno dei due avranno delle prospettive, parleremo di tutto quello di cui sarà necessario parlare, anche dell’anima, se serve, se ci sembrerà che i due nuovi montaggi mantengano i limiti del primo, possiamo sempre parlare di quel che vogliamo, anche dell’anima, ma forse sarà meglio passare a parlare dell’anima di Reggio Emilia.
Ho inviato ben 2 versioni alternative dei vostri sforzi per il numero 6… saludos
Durante la riunione ho messo a fuoco la differenza fra un affermato scrittore e un nonso.
Un affermato scrittore ha dichiarato durante la riunione: “Trovare un editore non è un problema”.
Il nonso ha pensato “Per me trovare l’editore E’ IL problema”.
Ecco la differenza fra un affermato scrittore e un nonso. E prima che lo diciate voi dico anche che un’altra differenza è che l’affermato scrittore sa scrivere e il nonso, in genere, no.
Ma quando esce il nuovo accalappiacani?