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	<title>L'Accalappiacani &#187; Materiali</title>
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	<description>Settemestrale di letteratura comparata al nulla</description>
	<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:56:38 +0000</pubDate>
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		<title>Il formidabile esercito svizzero</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Spinazzola</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Materiali]]></category>

		<category><![CDATA[svizzeri]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli svizzeri non fanno la guerra da circa cinquecento anni, e sono ben decisi a saperla fare appunto per non farla.
In Italia si sente dire dell’esercito svizzero: «Non sapevo nemmeno che esistesse». Quando un italiano viene a sapere che l’esercito svizzero è molto più numeroso di quello italiano, dice: «Ci vuol poco».
L’esercito svizzero è servito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli svizzeri non fanno la guerra da circa cinquecento anni, e sono ben decisi a saperla fare appunto per non farla.<br />
In Italia si sente dire dell’esercito svizzero: «Non sapevo nemmeno che esistesse». Quando un italiano viene a sapere che l’esercito svizzero è molto più numeroso di quello italiano, dice: «Ci vuol poco».<br />
L’esercito svizzero è servito di modello a nazioni meno languide. L’esercito di Israele è una copia di quello della Svizzera.<br />
La Svizzera è grande il doppio del New Jersey. Il New Jersey ha una popolazione di gran lunga numerosa. Eppure ci sono seicentocinquantamila uomini nell’esercito svizzero. In qualsiasi momento, la maggior parte di essi circola in abiti da città o da lavoro. Sono un esercito in borghese, una milizia addestrata ed esperta, sempre pronta a mobilitarsi. Restano in servizio per trent’anni. Tutti e  seicentocinquantamila sono preparati a presentarsi nei centri di mobilitazione o nelle basi operative in molto meno di quarantott’ore.<br />
Se hai capito il New York Yatch Club, il Cosmos Club, il Metropolitan Club, il Century Club, il Piedmont Driving Club, puoi capire anche l’esercito svizzero.<span id="more-1045"></span><br />
Pensieri di questo genere mi passano per la testa mentre la Section de Renseignements – dell’Ottavo Battaglione del Quinto Reggimento della Decima Divisione di Montagna – si prepara a perlustrare un settore dell’alta valle del Rodano. Il battaglione ha avuto ordine di spostarsi, ed è compito di questi soldati informarsi con la maggior rapidità e completezza possibili su tutto ciò che il loro maggiore ha bisogno di conoscere del nuovo settore; per esempio, quanti uomini può contenere una teleferica che porta alla Riederalp? Dov’è un luogo adatto per un posto di comando alle pendici dell’alpe sopra Lax? Quanti soldati potrebbero dormire nel granaio di Schwarzenbach? E Schwarzenbach sarebbe d’accordo? Sono già state sistemate le cariche – come si è fatto in migliaia di punti strategici in Svizzera – per far saltare il ponte di Nussbaum?<br />
Con taccuini e matite, le pattuglie della Section de Renseignements vanno da un posto all’altro a perlustrare, far domande, raccogliere elementi, prendere appunti, qualificare e descrivere persone e luoghi, fare ricognizioni di vari terreni, sorvegliare quello che si sta facendo e ricostruire quello che è successo di recente. Poi fanno un’altra scarpinata per rientrare e, sempre coi minuti contati, riassumono, mettono in ordine e presentano ciò che hanno visto e udito. Tutte queste cose sono incluse nella sostanza della parola «renseignements».<br />
Ho una sconfinata simpatia per la Section de Renseignements. Il capo della seconda pattuglia oggi è Luc Massy, entrato nell’esercito dieci anni fa praticamente nella stessa posizione di adesso. È alto un metro e ottanta, capelli biondi e naso aquilino: curato, irriverente, tren’anni. Gli altri sono Jean-Bruno Wettstein, Denis Schyrr, Pierre Pera, Jean Reidenbach. Indossano tutti scarponi, ghette, giacca da montagna, berretto finlandese con copriorecchie di lana, e ognuno porta un fusil d’assaut che può sparare ventiquattro colpi in otto secondi e, con un supplemento di onomatopea, è noto anche come Sturmgewehr. Massy porta scarponi chiodati. La maggior parte degli altri soldati sono più giovani, ed entrando nell’esercito furono dotati di scarponi con le suole di caucciù, su cui sono scolpite croci svizzere che sporgono al posto dei chiodi. Massy dice che sente il vento del Nord, e quindi il tempo sarà stabile per tre, sei o nove giorni. A me l’aria sembra ferma: una chiara e gelida mattina di fine ottobre in una profonda vallata, sotto le Alpi da poco spolverate di neve. Usando calcolatrici tascabili e carte topografiche, la pattuglia ha tracciato un diagramma della propria missione – salite e discese, su e giù – deducendone che per compierla occorreranno undici ore. Di conseguenza, ognuno mette nel suo zaino un sacchetto di plastica per il pranzo e un sacchetto di plastica per la cena: frutta fresca, frutta secca, pane, formaggio, pâté, salsiccia, e tavolette con l’etichetta «Militärschokolade, Chocolat Militaire».</p>
<p>(Il formidabile esercito svizzero, John McPhee Adelphi, Milano 1987 pp 9-11)</p>
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		<title>Verbale del 2 giugno 2010 a Lido Adriano (RA)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 16:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Nori</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Materiali]]></category>

		<category><![CDATA[Verbale]]></category>

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		<description><![CDATA[RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – LIDO ADRIANO (RAVENNA), 2 GIUGNO 2010
La riunione inizia alle ore 10,30 antimeridiane nei locali del Cisim in Via Parini 48.
Paolo Nori annuncia che il numero cinque non uscirà in luglio ma ai primi di settembre; per l’occasione, sulla copertina comparirà il sottotitolo “novemestrale di letteratura comparata al nulla”. Bisogna consegnare le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – LIDO ADRIANO (RAVENNA), 2 GIUGNO 2010</p>
<p>La riunione inizia alle ore 10,30 antimeridiane nei locali del Cisim in Via Parini 48.<br />
Paolo Nori annuncia che il numero cinque non uscirà in luglio ma ai primi di settembre; per l’occasione, sulla copertina comparirà il sottotitolo “novemestrale di letteratura comparata al nulla”. Bisogna consegnare le bozze definitive entro i primi di luglio. Mancano ancora le undici lettere finte che avevamo deciso di inserire tra quelle vere; per la precisione, ce ne sono un paio, ma sono un po’ lunghe. Bisognerebbe scrivere le altre lettere finte – anche cose brevi – entro il 10 giugno (sempre riferendosi a fatti del 2009). Il lettore che indovinerà tutte le undici lettere finte riceverà in premio la collezione quasi completa dell’Accalappiacani, oppure la possibilità si passare una giornata con la redazione. La parte iconografica del numero cinque è molto bella, ma Tim Kostin chiede della altre immagini; per queste c’è tempo fino al 22 giugno.<br />
Paolo Domenici chiede se vanno bene anche disegni fatti da bambini; vanno bene anche quelli.<br />
Gessica Franco Carlevero propone di fare una lettura durante la manifestazione “Scrittori Città di Cuneo”, che si svolge tutti gli anni a ottobre-novembre. La proposta è accettata, ammesso che ci invitino.<span id="more-1042"></span><br />
Paolo Nori legge tre brani da “Nuove lettere al direttore” di Romano Battaglia, dalla quinta edizione del 1972. Paolo Domenici chiede se sia il caso di inserirne alcune nella bozza. Paolo Nori dice che si può provare, un problema può essere che queste lettere si riferiscono agli anni Settanta e non al 2009.<br />
Nicoletta Calvagna chiede se i temi delle immagini da inviare sono sempre quelli; Paolo Nori risponde che oltre ai dodici quadri famosi già elencati nel sito dell’Accalappiacani si possono copiare altre opere, anche sculture; per esempio è arrivato un disegno del busto di Nefertiti e uno dell’Orinatoio di Duchamp, entrambi molto belli.</p>
<p>Passando alla bozza del numero sei della rivista, Gessica Franco Carlevero dice che due brani di Giovanni Maccari sono arrivati tardi e quindi non compaiono nella e-mail mandata pochi giorni fa. Giovanni Maccari legge il brano più corto, “Ipotesi per un’installazione”, che parte dal fatto che Babel’ è stato a Firenze per trovare Gorki, e qui ha visto Mussolini che parlava allo stadio. L’installazione consisterebbe nel ricoprire la città di Firenze con milioni di targhe che ricordano tutti i personaggi più o meno famosi che sono passati in città, in modo che la città vera e propria scompaia sotto le targhe.<br />
Per Paolo Nori l’idea è buona, soprattutto se sulle targhe si mettesse, alla fine, la precisazione “Poi però non è morto qui”, come proposto da qualcuno durante la discussione.<br />
Maccari dice che a Firenze ci sono già moltissime targhe, anche con iscrizioni involontariamente stupide. Paolo Albani ricorda che Gianni Rodari aveva scritto un lapidario, che era stato pubblicato su un numero de Il Caffè; cercherà di recuperale e inviarle alla redazione. Altre targhe si potrebbero inventare, come per esempio “Tolstoj non è mai stato qui”, sul tipo di quella di Pignagnoli. Si potrebbero fare delle targhe commemorative del tipo “In questa piazza non c’è alcun monumento a Giuseppe Garibaldi”. Per quanto riguarda le immagini, dato che il numero sei si presenta come un atlante, si può lavorare bene con le cartine, oppure anche con gli schizzi tipo quelli che i primi turisti facevano sui loro taccuini di viaggio.<br />
Paolo Albani chiede perché nella bozza del numero sei compaia una cartina di Milano. Gessica risponde che la cartina è interessante perché indica le vie di fuga dal centro di Milano. Per Paolo Nori sarebbe bello trovare altre cartine simili riferite ad altre città. Dubita che possano essere riprodotte a colori; forse, un colore oltre al bianco e il nero. Però le cartine sarebbero molto simili tra di loro, mentre invece se raccontassimo come si esce da Bologna, da Torino,  ecc., otterremmo dei pezzi molto diversi. Paolo Albani afferma che lui adesso ha il tom tom.<br />
Paolo Nori legge l’atto unico “L’annunciatrice – una tragedia geografica” mandato da Gianfranco Mammi. Paolo Albani legge “Alberto sul mio comodino” mandato da Agostino Ghebbioni. Il racconto è un po’ lungo, ma forse si può chiedere all’autore di tagliarlo. Il problema è che non si sa in quale regione collocarlo.<br />
Paolo Nori legge “Un pipistrello per amico”, un’iniziativa di un comune del trevigiano che spiega come un pipistrello mangi 2000 zanzare a sera e vale quindi la pena di installare almeno una bat-box nel proprio giardino di casa. Ivano Mazzani dice che adesso metteranno i pipistrelli anche a Ravenna, sempre per combattere le zanzare. Paolo Domenici segnala che ad Arezzo hanno installato dei megafoni che verso sera riproducono i versi degli uccelli predatori dei piccioni; Gianfranco Mammi riferisce che la stessa cosa avviene a Modena.<br />
A Paolo Albani è piaciuta la guida alle passeggiate inviata da Manuel Pasquini, anche se alcuni pezzi gli piacciono meno. Gessica Franco Carlevero suggerisce di togliere le passeggiate in città straniere. Trova molto belli i detti del paese di Carloforte (Sardegna) raccolti da Paolo Domenici; tutti insieme forse sono troppi, ma si possono spargere lungo tutto il numero sei. Paolo Domenici legge la raccolta dei detti, specificando che Carloforte è un’isola linguistica genovese in piena Sardegna.<br />
Paolo Nori, leggendoli per iscritto, non aveva capito che si trattava di genovese, l’aveva preso per sardo. Gessica Franco Carlevero invece l’aveva capito soprattutto per via dei cibi citati nella raccolta, cibi tipicamente liguri.<br />
Per Paolo Nori è molto bella la breve storia della città di Milano attraverso i suoi manifesti. A Gessica piace anche il pezzo di Mauro Orletti su come passano il tempo libero i milanesi; Paolo Nori legge il brano di Orletti, che è un elenco dei corsi organizzati dall’Ufficio Tempo Libero del Comune di Milano.</p>
<p>11,30-12,00: pausa per sigaretta e caffè. Nel frattempo arriva Ugo Cornia.</p>
<p>Paolo Nori consiglia di cercare racconti di viaggio in Italia.<br />
Secondo Giovanni Maccari si dovrà tradurre di nuovo i pezzi stranieri, per evitare problemi di copyright.<br />
Per Paolo Nori il numero sei potrebbe parlare anche della Corsica; Paolo Domenici suggerisce anche Nizza, qualcuno aggiunge San Marino. Paolo Nori racconta il colpo di stato del 1956 a San Marino, quando l’Italia ha schierato i carri armati lungo i confini. Vedremo se inserire anche San Marino nel numero sei.<br />
Paolo Albani suggerisce di utilizzare, come scritti “ospiti”, brani presi dai “Luoghi letterari” di Dossena e da “La favola pitagorica” di Manganelli.<br />
Ugo Cornia fa notare che il volume di Manganelli è stato ripubblicato da poco, così come i suoi viaggi in Europa e in Asia; sarà difficile ottenere il permesso di utilizzarli. Poi dice che qui a Lido Adriano ha incontrato un farmacista che aveva un accento di Fidenza, invece gli ha detto che è di Milano, ma che altri l’hanno preso per un fidentino. Si potrebbe verificare se c’è una legge che vale per tutto. Cioè: se uno di Milano dopo degli anni che vive a Lido Adriano parla come uno di Fidenza, come chi parla uno di Napoli dopo degli anni che vive a Colle Val d’Elsa? Per Ugo Cornia questo è un bel programma di ricerca: porre il caso concreto, spiegare la legge generale e chiedere contributi ai lettori o ai frequentatori del sito dell’Accalappiacani.</p>
<p>A Paolo Albani è piaciuto il brano “Il vento porta via le orecchie a Napoli”, a Paolo Nori le lettere tra professori mandate da Mattia Filippini. Ugo Cornia segnala che Antonio Delfini ha scritto un bel pezzo su Reggio Emilia. Paolo Domenici chiede perché il numero cinque comparirà con la dicitura ”novemestrale”; Paolo Nori risponde che secondo Tim Kostin è più ergonomico. Il numero cinque è stato rimandato perché avremmo dovuto completare la bozza troppo in fretta; e poi uscire a luglio non ha molto senso. Conferma che in copertina comparirà il titolo “Almanacco dell’anno scorso”. Comunica che il 12 giugno al museo Guatelli di Ozzano Taro (Parma) Giuseppe Bellosi legge “La fondazione” di Raffaello Baldini a partire dalle ore 21,15. Alle 20 apre il museo, che è un posto abbastanza stupefacente, alle 21 c’è la lettura integrale.</p>
<p>La seduta è tolta alle ore 12,30</p>
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		<title>Altra geografia</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 07:47:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Mammi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Arrivai a Ferrara che era già notte da qualche ora. L’ingresso a Ferrara fu per me abbastanza suggestivo, e anche il viaggio lo era stato. Si entra in quella città (la quale – ove la storia d’Italia fosse andata diversamente con minor numero di avventurieri stranieri e più amore, competenza e lealtà per le cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivai a Ferrara che era già notte da qualche ora. L’ingresso a Ferrara fu per me abbastanza suggestivo, e anche il viaggio lo era stato. Si entra in quella città (la quale – ove la storia d’Italia fosse andata diversamente con minor numero di avventurieri stranieri e più amore, competenza e lealtà per le cose proprie – potrebbe essere oggi la capitale d’Italia) in un modo, oserei dire, favoloso. Non so se oggi, nel 1956, si entra a Ferrara ancora in quel modo; se le cose insomma non sono cambiate dal punto di vista edilizio. Nel 1935, si entrava ancora a Ferrara come in una fiaba (e così vi entrai, per quanto vi entrassi in automobile).</p>
<p>Antonio Delfini, Il ricordo del ricordo, in “Autore ignoto presenta” (Einaudi, 2008), pag. 269</p>
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		<title>Altre scritte sui muri</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 20:01:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gessica</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Si proibisce espressamente a qualsivoglia persona di gettare né tampoco far gettare né far portare immondezza di sorte alcuna vicino intorno né sotto al presente arco sotto pena di scudi venticinque mila da applicarsi un terzo all&#8217;accusatore che sarà tenuto segreto et altre pene anche corporali. La qual pena pecuniaria il padre sarà tenuto per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si proibisce espressamente a qualsivoglia persona di gettare né tampoco far gettare né far portare immondezza di sorte alcuna vicino intorno né sotto al presente arco sotto pena di scudi venticinque mila da applicarsi un terzo all&#8217;accusatore che sarà tenuto segreto et altre pene anche corporali. La qual pena pecuniaria il padre sarà tenuto per li figlioli et il padrone per le serve e i servitori in conformità dell&#8217;editto di mons. ill.mo presidente delle strade.<br />
Pubblicato lì 14 agosto 1733</p>
<p>Roma, vicino a Campo dei Fiori</p>
<p>Da <a href="http://www.flickr.com/photos/lapidario/4119864618/">Lapidàrius</a>.</p>
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		<title>Verbale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 13:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Nori</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Verbale]]></category>

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		<description><![CDATA[RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 17 APRILE 2010
La riunione inizia alle ore 16 nei locali della Biblioteca delle Arti di Reggio Emilia. La prossima riunione si terrà il mattino del due giugno a Ravenna, dove siamo invitati dal Teatro delle Albe. È possibile pernottare gratuitamente anche in camere singole nella notte tra il primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 17 APRILE 2010</p>
<p>La riunione inizia alle ore 16 nei locali della Biblioteca delle Arti di Reggio Emilia. La prossima riunione si terrà il mattino del due giugno a Ravenna, dove siamo invitati dal Teatro delle Albe. È possibile pernottare gratuitamente anche in camere singole nella notte tra il primo giugno (in cui si farà una lettura dei primi numeri della rivista) e il due giugno, ma bisogna prenotarsi al più presto dando il proprio nominativo a Paolo Nori. La riunione già fissata per il 22 maggio non si farà; pure l’incontro con Serena Vitale, prevista in tale data subito dopo la riunione, è stato rimandato al prossimo autunno. Si rammenta che il 25 aprile si terrà a Casa Cervi, in provincia di Reggio Emilia, l’ultimissimo “Pignagnoli ballabile”, che comincerà verso mezzogiorno.<br />
   Gessica Franco Carlevero comunica di aver mandato (non a tutti, perché non dispone dell’indirizzario completo) una prima raccolta di brani che in un modo o nell’altro parlano di geografia e possono quindi rientrare nel materiale utile per comporre il numero sei dell’Accalappiacani. Si tratta di pezzi già mandati alla redazione a partire dalle prime riunioni nel 2005, perché all’apposito indirizzo atlante@laccalappiacani.it non è arrivato niente. Allora Gessica si chiede se per caso l’idea di fare un numero “geografico” non piaccia.<span id="more-1020"></span><br />
   Gianfranco Mammi osserva che siamo appena agli inizi e ci sono ancora molti mesi davanti per ricevere materiale nuovo.<br />
   Paolo Domenici propone di usare l’alfabeto per associare parole ed espressioni alle singole città, sull’esempio di quanto inviato da Stracquadagni; Paolo lo sta facendo per Lucca ma non ha ancora finito; appena possibile invia il brano all’indirizzo di cui sopra.<br />
   Gessica Franco Carlevero propone di usare anche solo parte dell’alfabeto – ad esempio per Lucca si potrebbero usare solo la L, la U, la C e la A, come si fa a scuola con i nomi dei bambini per insegnargli a scrivere il proprio nome.<br />
   Per Mauro Orletti la formula dell’alfabeto può essere molto utile per trovare nuove idee da applicare al tema geografico. Gea Vecli è d’accordo, e osserva che in ogni caso si possono utilizzare le parti dell’alfabeto riuscite meglio, cestinando le “lettere” che hanno dato risultati poco convincenti.<br />
   A Gessica Franco Carlevero sono piaciute le agiografie proposte da Mauro Orletti; Mauro legge quella di San Giovanni Battista, le cui reliquie risultano disperse in varie località italiane ed estere, con la particolarità che esistono due crani (sebbene uno privo della mascella inferiore) del santo in questione.<br />
   Paolo Domenici suggerisce di allegare una cartina con l’indicazione di tutti i luoghi in cui si conservano le reliquie di San Giovanni Battista.<br />
   Per Gessica il problema è dove collocare un brano come questo, che tocca parecchie regioni italiane; lo mettiamo in appendice? Ma allora ci vorrebbero anche altre appendici con altri eventuali pezzi interregionali.<br />
   Gea Vecli osserva che per ora la fase del montaggio è ancora lontana; i pezzi raccolti finora le sembrano belli, per la maggior parte, e suggerisce di continuare a raccogliere materiale; poi, in base a quanto arrivato, si vedrà.<br />
   Gessica propone altri temi da trattare per il numero sei – sia per quanto riguarda i testi che le illustrazioni: per esempio le strade (ci sono già molti pezzi sulla via Emilia), gli animali (qualcosa ha già inviato Giovanni Maccari), lo sport.<br />
   Per Nicoletta Calvagna il tema flora e fauna è proprio tipico di un sussidiario scolastico.<br />
   Gessica comunica che Paolo Albani le ha suggerito un libro di Giorgio Manganelli, “La favola pitagorica”, che è impostato su base geografica e ha dei bei titoli per i brani che contiene (es. “Piacenza non è Singapore”, “Esiste Ascoli Piceno?”, ecc.). Anche noi potremmo usare dei titoli redazionali di questo tipo. Inoltre potremmo trattare un luogo come un sistema di simboli che agisce su di noi, come ha fatto Ugo Cornia nel suo racconto sul paese di Stellata.<br />
   Secondo Stefano Campagnolo, il miglior tipo di montaggio della rivista è quello che è stato usato nei primi numeri dell’Accalappiacani, cioè quello basato più o meno sul caso; montare un numero strettamente legato alle regioni gli pare piuttosto difficile.<br />
   Per Gessica Franco Carlevero la suddivisione per regioni darebbe l’idea del libro scolastico; altrimenti il numero sei diventa una specie di antologia di racconti.<br />
   Paolo Domenici suggerisce di provare a montare il numero per regioni; se il progetto non riesce, cambiamo impostazione.<br />
   Paolo Vìstoli propone di lasciare “vuote” due o tre regioni.<br />
   Gea Vecli osserva che probabilmente abbiamo già qualcosa per tutte le regioni italiane.<br />
   Per Matteo Martignoni sarebbe interessante procedere, invece che per regioni, per temi (es. flora e fauna); se poi manca, in quel dato tema, qualche regione, non si nota molto.<br />
   Stefano Campagnolo osserva che ci sono, e saranno più numerosi in seguito, pezzi che non si riferiscono a regioni specifiche.<br />
   Sarah Spinazzola chiede se si ha intenzione di cominciare con un’impronta didattica per poi infrangerla. Secondo Gessica è meglio evitare un’impostazione strettamente legata alla geografia scolastica, perché alla fine non si capisce niente.<br />
   Per Paolo Domenici si tratta di porre determinate “gabbie tematiche” con piena libertà di “sforarle”, come per esempio ha fatto Giovanni Maccari con il suo brano sui luoghi di Firenze dove risulta esser morto qualche personaggio.<br />
   Gessica è d’accordo; per esempio si potrebbe usare il tema “popolazione” per parlare di tutt’altro o quasi.<br />
   Giovanni Civa propone di inserire delle piantine concepite come quelle del Tuttocittà, con le lettere e i numeri; così, B5 – nell’indice del numero sei – potrebbe corrisponde a “mari e pesci” oppure più semplicemente a “Mare Adriatico”, ecc.<br />
   Per Gessica questa cartina-indice del numero sei potrebbe essere una buona idea. Per quanto riguarda le illustrazioni, si era pensato di usare anche delle fotografie in bianco e nero; è vero che finora abbiamo volutamente evitato le foto, ma in un libro di geografia ci stanno.<br />
   A Matteo Martignoni vengono in mente le foto di città in bianco e nero che compaiono sulla Settimana Enigmistica.<br />
   Gessica ha ricevuto un suggerimento da Daniele Benati, quello di passare allo scanner delle cartoline. Secondo Giovanni Civa non sarebbe male fare delle foto alle foto che già compaiano su un atlante geografico, magari lasciando una pagina mezza aperta.<br />
   Stefano Campagnolo chiede dove saranno collocati i disegni che la redazione ha chiesto di fare ispirandosi ad opere note, come “L’urlo” di Munch. Gea risponde che sono tutti destinati al numero cinque.<br />
   Nicoletta Calvagna sta disegnando a memoria gli alberi che vede facendo tutti i giorni il percorso Bologna-Vignola, percorrendo la via Bazzanese.<br />
   Per Gessica può trattarsi di un racconto di strada, non verbale ma figurativo. Un&#8217;altra persona le ha proposto una serie di quattro fotografie sulla via Romea.<br />
   Nicoletta Calvagna sta lavorando anche su un animale fantastico che compare in una stampa giapponese e in una stampa portoghese; Gessica osserva che molte città sono legate a delle bestie (Roma alla lupa, Brescia alla leonessa, ecc.); altri temi che si potrebbero affrontare sono le donne (ma anche gli uomini) di ogni città, i primati, eccetera.<br />
   Paolo Vìstoli dice che a Castelnuovo Rangone (MO) c’è lo zampone più lungo del mondo.<br />
   Gessica legge un brano di Sarah Spinazzola sugli occhiali da sole a Milano; dà proprio l’idea della gente di Milano. Sarah ricorda un altro tema, quello dei posti dove ti mandano; per esempio a Milano si dice “Va’ a Baggio a suonare l’organo”, perché a Baggio c’è un organo dipinto su una parete.<br />
   Paolo Vìstoli dice che si potrebbero prendere in considerazione anche le bestemmie geografiche.<br />
   Per Sarah sarebbe utile integrare l’elenco dei temi mandato da Gessica e poi metterlo a verbale. Secondo Gessica è meglio mettere l’elenco integrato sul sito della rivista, come si è fatto con i radiogiornali liberi. Anche la parte dei soprannomi che ha scelto per questa prima raccolta di materiale l’ha presa dal sito; per l’Emilia Romagna i soprannomi erano addirittura troppi – segno che la cosa funziona.</p>
<p>!6,50-17,10: pausa per sigaretta e caffè. Nel frattempo arriva Franco Loi assieme a Paolo Nori, che era andato a riceverlo alla stazione e l’aveva accompagnato in albergo, </p>
<p>Franco Loi comincia a parlare della propria vita, dopo aver detto che siamo tutti belli – si vede dagli occhi.</p>
<p>La seduta è tolta alle ore 18,05</p>
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		<title>Lazio. Città. Tarquinia II</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 08:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gessica</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Anche nella cittadina c&#8217;erano stramberie; si vedeva per le strade prevalere nelle donne un tipo fisico che a noi pareva etrusco spaccato, con gambe grandi e tozze, belle in un modo inelegante, ctoniche; gambe adatte a stare un po&#8217; sottoterra emergendo dalla crosta solo tre quarti. Queste gambe comparivano spesso nelle strade; suggerivano per associazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche nella cittadina c&#8217;erano stramberie; si vedeva per le strade prevalere nelle donne un tipo fisico che a noi pareva etrusco spaccato, con gambe grandi e tozze, belle in un modo inelegante, ctoniche; gambe adatte a stare un po&#8217; sottoterra emergendo dalla crosta solo tre quarti. Queste gambe comparivano spesso nelle strade; suggerivano per associazione una lussuria placida, pre-cristiana, senza altro senso di peccato che quello implicito nella condizione di avere organi erettili e mortali, e di essere fatti di cicli impulsivi. Stranamente comparivano sempre nello stesso modo, viste da dietro, fuse in maniera poderosa ma non armonica coi rialti della schiena, e spesso a un livello più alto o basso dell&#8217;osservatore, perchè le strade erano in salita o in discesa. Le gonne a quel tempo scoprivano l&#8217;incavo dietro il ginocchio; la pelle era vagamente chiazzata di rossiccio; la carne pareva insaccata. Non dubitavo per un momento che le etrusche fossero fatte così; e sentivo quegli abissi di differenza che si sentono all&#8217;estero certe volte, quando i dati dei sensi, sfasati, si induriscono come ciottoli, e ci prende un piccolo panico al pensiero che anche questa accozzaglia di cose è mondo. Così anche lì, con le etrusche di Tarquinia, e le loro gambone.</p>
<p>Da I piccoli maestri di Luigi Meneghello</p>
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		<title>Lazio. Città. Tarquinia I</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 08:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gessica</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Era uno strano ambiente, a Tarquinia. Io non ero mai stato fuori dal Veneto, altro che nelle città, e veramente non sapevo che cos&#8217;è un paesaggio. Credevo che fosse tutt&#8217;al più una di quelle vedute sulle cartoline, un taglio con dei pini, acqua e rocce, un pezzo di città, e in fondo, per esempio, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era uno strano ambiente, a Tarquinia. Io non ero mai stato fuori dal Veneto, altro che nelle città, e veramente non sapevo che cos&#8217;è un paesaggio. Credevo che fosse tutt&#8217;al più una di quelle vedute sulle cartoline, un taglio con dei pini, acqua e rocce, un pezzo di città, e in fondo, per esempio, un monte che fuma. Oppure credevo che un paesaggio fosse una fantasia di parole, come &#8220;Bei monti della sera - azurra è già l&#8217;Italia; stati d&#8217;animo vaghi che si provano viaggiando in treno in regioni nuove, quando a un certo punto si pensa, qui è già Romagna, Toscana, Piemonte, e il nome somiglia a un colore. Il nostro paesaggio veneto, siccome ci ero cresciuto dentro, non mi era mai venuto in mente che fosse un paesaggio. <span id="more-1001"></span> Ma qui attorno a Tarquinia, c&#8217;era davvero il paesaggio, e come: faceva l&#8217;effetto di una mazzata. Il grano era stato mietuto, ma bisognava informarsi per confermarlo; ciò che si vedeva erano solo file di collinette nude, a onde successive, di un colore fra la stoppa e la paglia. Pareva un deserto, ma tutto movimentato. C&#8217;erano macchie rare colr verde scuro, quasi nero; arrivando in una di queste minuscole oasi si trovavano alcune piante di fico, e qualche piantina di pomodoro. Ci si arrivava certe volte facendo le tattiche, un po&#8217; correndo un po&#8217; strisciando per terra: con una mano si reggeva il fucile, con l&#8217;altra da terra si rubava un pomodoro mezzo fatto, e lo si cacciava in bocca. Fu Lelio a insegnarmelo, io non ne avevo mai mangiati altro che a tavola, fritti. Avevamo gli occhi bruciati di sudore, e il viso sporco di terra.<br />
Il terreno era duro e rinsecchito, e sotto i piedi sembrava vuoto. Infatti ogni volta che si scartava una trincea (ce la facevano scavare per passare il tempo, non per contrastare gli sbarchi delle flotte alleate; queste avevamo ordine di affondarle al largo con le sei palottole in dotazione ciascuno), prima o poi il piccone entrava in uno spazio vuoto, e in un attimo si era dissepolta una tomba. Nasceva irresistibile l&#8217;idea che non fossero tombe qualsiasi, ma i ricettacoli di una civiltà scappata dal deserto della superficie, dall&#8217;epdemia del sole, e che il senso segreto del paesaggio fosse questo.</p>
<p>Da I piccoli maestri di Luigi Meneghello.</p>
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		<title>Verbale</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 15:39:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Nori</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 13 MARZO 2010
La riunione inizia alle ore 16,00 nella nuova sede della Biblioteca delle Arti, dove ci riuniremo anche la prossima volta. I bagni sono in fondo a sinistra. Giovanni Previdi ha portato alcune copie de “La fondazione” di Raffaello Baldini e dell’autobiografia di Franco Loi. Alla fine della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>RIUNIONE DE L’ACCALAPPIACANI – REGGIO EMILIA, 13 MARZO 2010</p>
<p>La riunione inizia alle ore 16,00 nella nuova sede della Biblioteca delle Arti, dove ci riuniremo anche la prossima volta. I bagni sono in fondo a sinistra. Giovanni Previdi ha portato alcune copie de “La fondazione” di Raffaello Baldini e dell’autobiografia di Franco Loi. Alla fine della riunione poseremo una targa in memoria dell’assenza di Learco Pignagnoli in questo luogo. Saranno presenti anche i massimi rappresentanti della ditta Scoppiabigi e Figli, presso cui lavora Pignagnoli come custode del loro lupo. Subito dopo ci sarà l’incontro con Giuseppe Bellosi, traduttore de “La fondazione” dal dialetto di Santarcangelo di Romagna in italiano. La riunione di maggio (probabilmente il 22) si terrà nuovamente allo Spazio Gerra. Il numero cinque uscirà ai primi di luglio; Tim Kostin sta lavorando alla nuova copertina. In occasione del due giugno, festa della repubblica, siamo invitati dal Teatro delle Albe nel quartiere multietnico di Ravenna; il primo giugno si farà una presentazione serale dell’Accalappiacani; il giorno dopo, di mattina, si farà la nuova riunione. Il pernottamento è gratuito ed è possibile prenotare anche camere singole, ma chi ha intenzione di venire deve dare conferma in tempi brevi (a paolo.nori chiocciola gmail.com).<span id="more-1010"></span> Sono arrivate in redazione altre lettere ai direttori di quotidiani, e anche alcuni racconti per il numero sei della rivista. Il numero cinque avrà circa 160 pagine. Paolo Nori legge alcune lettere: una sulla proposta di dotare di uniformi i tassisti di Milano, una sulla proposta di vaccinare i pendolari, una sugli applausi di pessimo gusto ai funerali di Stato, una sulla proposta di fare le visite fiscali via webcam. Un’altra in cui non ci si stupisce di tutte queste frane e terremoti, dal momento che la terra è destinata a diventare piatta nel corso dei millenni. In un’altra lettera si confrontano le capacità di disturbo dei cani e dei bambini, e si propone una tassa; in un’altra si fa notare che i bambini sono già tassati.<br />
   Alessandro Bonino chiede se tutte queste lettere sui cani e sui bambini andranno pubblicate di seguito. Per Paolo Nori sì, ma si può anche pensare di intervallarle con altri pezzi. Secondo Paolo Domenici funzionano meglio tutte insieme.<br />
   Paolo Nori legge una serie di lettere sulla proibizione di macellare carne di cavallo nel piacentino, dove ci sono piatti tradizionali a base di carne equina. Gli viene il dubbio che alcune lettere siano inventate. A questo proposito, ritiene ancora valida la possibilità di dichiarare, nel numero cinque, che x lettere sono inventate, e che chi le indovina tutte vincerà la collezione completa dell’Accalappiacani. Poi legge alcuni messaggi brevi, che non sono vere e proprie lettere al direttore; si tratta di interventi su temi proposti da un giornale gratuito di Bologna. Ce ne sono di molto interessanti.<br />
   Alessandro Bonino chiede se utilizzeremo la lunga lettera di quella persona che si ritiene perseguitato da una setta religiosa. Per Paolo Nori non è il caso, dal momento che non è una lettera ai giornali; Alessandro è d’accordo.<br />
   Paolo Domenici legge una lettera sul corretto uso della freccia nelle rotonde stradali, dal Giornale di Brescia, novembre 2009.<br />
   Paolo Nori legge quella che descriva una passeggiata lungo il Mella, con il ritrovamento di una mazza da tamburo (Lepiota procera) abbandonata su un tavolo da picnic.<br />
   Daniele Benati si ricorda di un paio di belle lettere da Trieste; Paolo Nori legge quella di una signora triestina offesa da un’automobilista villano, poi quella che discetta sul significato della parola “libero” sulle carte di identità: libero da cosa? Dalla moglie defunta? Allora era meglio la parola “vedovo”.</p>
<p>Ore 17,00 – 17,23: pausa per sigaretta e caffè.</p>
<p>   Paolo Nori legge alcuni pezzi arrivati per il numero sei, quello centrato sulla geografia; tra questi il brano sulla Sardegna, scritto da uno che non c’è mai stato. Paolo Domenici è d’accordo. Per Paolo Nori questo racconto è simile a quello, già letto in altre riunioni, sulla Basilicata; il problema è che non possiamo fare un numero tutto così. Questo numero non riesce ancora a vederlo, come struttura.<br />
   Alessandro Bonino ricorda che sul sito dell’Accalappiacani era arrivato un bel commento sul significato di “geografia”.<br />
   Giovanni Maccari è d’accordo sul valore di questo commento; ognuno ha una propria concezione della geografia, che è una cosa molto personale.<br />
   Per Giovanni Previdi il numero sei ha senso se si riescono a coprire tutte le regioni italiane. Secondo Daniele Benati è un risultato molto difficile. Per Paolo Albani non c’è contraddizione tra le due posizioni: fa lo stesso se non ci sono tutte le regioni.<br />
   Paolo Vìstoli propone di concepire la rivista in sé come regione geografica, in occasione del numero sei. Secondo Paolo Nori la proposta è un po’ bizzarra e centripeta.<br />
   Per Paolo Albani il numero sei può avere un titolo ben strutturato (es. “Manuale delle regioni d’Italia”) : in mezzo ci può stare di tutto.<br />
   Paolo Nori fa notare che i pezzi arrivati sono molto diversi per tono.<br />
   Secondo Paolo Albani questo non è un problema: si tratta di un manuale “atipico”.<br />
   Gessica Franco Carlevero immaginava il numero sei come un manuale con una parte introduttiva (o finale) contenente riflessioni sul significato di geografia; il resto sarebbe stato suddiviso per regioni con l’uso di “rubriche” (es., soprannomi in uso nella zona; miracoli tipici, ecc.) e poi anche alcuni racconti. I titoli possono essere liberi, ma collegati a temi o rubriche (es., “fiumi”).<br />
   Paolo Domenici chiede se le rubriche debbano essere ripetute uguali per tutte le regioni.<br />
   Secondo Gessica non è necessario.<br />
   Per Giovanni Previdi la struttura (non i contenuti) del numero sei dev’essere verosimile; gli sembra un lavoro enorme, da fare.<br />
   Paolo Vìstoli rileva che anche i giornali hanno una struttura forte (prima pagina, esteri, interni, sport, ecc.), ma poi il contenuto è spesso sabotato e nessuno si lamenta.<br />
   Per Paolo Nori sarebbe bene, per cominciare, cercare di coprire bene le regioni del nord Italia e vedere come riesce la cosa.<br />
   Paolo Albani ricorda che Giampaolo Dossena ha fatto delle belle guide sul nord, e anche su Cremona. Paolo Nori pensa che si possa chiedere l’autorizzazione a inserire nel numero sei brani già pubblicati. Gessica Franco Carlevero dice che sta trovando moltissime cose già pubblicate che starebbero bene nel numero sei.<br />
   Giovanni Maccari nota che tanti viaggiatori stranieri hanno scritto cose strampalate sull’Italia (es., Stendhal); si potrebbe pensare di ritradurli.<br />
   Paolo Nori è d’accordo e ricorda il brano di Camus su Siena, indicata come luogo in cui lo scrittore vorrebbe morire, ripreso anche da Piergiorgio Bellocchio in “Al di sotto della mischia”.<br />
   Secondo Gessica Franco Carlevero, l’impostazione del numero sei non dev’essere basata solo sul comico, perché non funziona.<br />
   Giovanni Maccari propone che nella rivista sia inserita una carta geografica, con dei puntini che indichino i luoghi di cui si parla nel numero. Per Paolo Nori è una bella idea.<br />
   Daniele Benati prende la parola per dire che ha una guida letteraria d’Italia. Però non l’ha mai letta.<br />
   Paolo Nori propone di aprire una casella di posta elettronica per raccogliere i contributi relativi al numero sei: si decide di chiamarla atlante@laccalappiacani,it. Potranno essere mandate sia cose già edite, sia brani scritti da noi (anche già presentati in passato); si decide che il numero sarà curato da Gessica Franco Carlevero e Paolo Albani.<br />
   Per Paolo Domenici sarebbe utile avere al più presto una lista dei temi che potranno far parte del numero; Paolo Nori è d’accordo, ma ritiene che tale elenco non debba essere troppo vincolante. Per esempio, potrebbero essere pubblicati i regolamenti comunali di Reggio Emilia inviati tempo fa da Silvia Marmiroli.<br />
   Giovanni Maccari propone che si cominci intanto con una regione per vedere come si configura il risultato.<br />
   Paolo Vìstoli nota che qualcosa di simile esiste già, il numero monografico di “Panta” (n. 25 del 2006) intitolato “Emilia fisica”. Secondo Paolo Nori, che di quel numero è stato il curatore, la pubblicazione era organizzata in modo diverso rispetto al progetto attuale.</p>
<p>   Paolo Nori propone un tema per un numero futuro dell’Accalappiacani, la scrittura imitativa: cosa si può o non si può copiare (nel senso di prendere spunto da qualcuno – non di farne la parodia). Fa l’esempio di Trevisan, che scrive come Bernhard, ma ambientando tutto a Vicenza.<br />
   Secondo Daniele Benati a volte si nota l’influenza di un autore sull’altro, ma il libro del secondo resta comunque autonomo. In Spagna attualmente c’è un po’ la moda di imitare Bernhard.<br />
   Paolo Nori osserva che Marcos y Marcos ha pubblicato parecchie cose sul tema del “copiare” in letteratura. Anche Leonardo Sciascia nel suo “Candido” ha fatto un’operazione del genere. Come dice Diderot, ogni opera originale ne produce 5-600 gli autori delle quali servono dell’opera originale come i geometri si servono delle formule geometriche, dice Sciascia, e io ho fatto la stessa cosa.<br />
   Secondo Daniele Benati questa proposta è molto impegnativa ma molto interessante.<br />
   Giovanni Maccari segnala un libro di Michele Mari identico a un’opera di Céline.<br />
   Daniele Benati osserva che più che altro è identico alla traduzione che ne ha fatto Celati.<br />
   Giovanni Maccari nota che comunque il libro di Mari non funziona, perché è una pura e semplice imitazione. Daniele Benati è d’accordo; il libro non decolla mai.<br />
   Paolo Nori ricorda che la prossima riunione si terrà sempre qui alla Biblioteca delle Arti, il 17 aprile, alle ore 15,30.</p>
<p>   La seduta è tolta alle ore 18,00</p>
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		<title>Il motto</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 13:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Spinazzola</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Collodi]]></category>

		<category><![CDATA[motto]]></category>

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		<description><![CDATA[Dunque?
Dunque lo stile molte volte non è l’uomo! E così, di mano in mano, vi porterei gli esempi all’infinito, se l’infinito fosse compatibile con un volumetto in 18.° o colla pazienza in 24.° del benevolo ma sempre annoiato lettore!
Lo stile molte volte non è l’uomo!
– Il motto è l’uomo! – Il motto coglie l’individuo, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque?<br />
Dunque lo stile molte volte non è l’uomo! E così, di mano in mano, vi porterei gli esempi all’infinito, se l’infinito fosse compatibile con un volumetto in 18.° o colla pazienza in 24.° del benevolo ma sempre annoiato lettore!<br />
Lo stile molte volte non è l’uomo!<br />
– Il motto è l’uomo! – Il motto coglie l’individuo, quando meno se l’aspetta, gli sfugge dalle labbra, e lo compromette per tutta la vita.<br />
Basta un motto, basta un aforismo o una sentenza, perché un uomo si riveli tutt’intero quant’egli è, agli occhi dei presenti e dei futuri.<br />
Quando l’ex-vescovo Talleyrand disse che – la parola era stata data all’uomo per mascherare i propri pensieri – egli non si avvide che in questa sentenza c’era tutta la biografia e il ritratto al dagherrotipo di sè medesimo – vale a dire, c’era dentro dipinto a vivi colori lo spiritoso diplomatico che aveva avuto, nella sua lunghissima vita, una parola di fanatismo per la Rivoluzione del 93, un delirio per il Consolato, un altare per l’impero, un’apoteosi per la restaurazione del 15, e un’Osanna per i cosacchi del Don, entrati militarmente a Parigi!<br />
– Lo stato son’io! – disse Luigi XIV – e questo motto vi rende l’immagine del monarca più grande e più dispotico che abbia avuto la Francia.<span id="more-999"></span><br />
Quando il principe di Metternich si lasciò scappare dalla bocca – dopo di me, il diluvio! offerse all’umanità il modello più perfetto, che possa aversi, dell’uomo fuso in sistema!<br />
Lasciatemelo ripetere: il motto è un dagherrotipo; il motto è uno specchio che riflette l’individuo, l’epoca e il paese!<br />
– Il denaro fa tutto – ha detto la Francia del secolo decimonono: e questo aforismo nazionale è spuntato per l’appunto, come un prodotto d’ingegno, là in quel paese dove fiorisce il <em>Puff</em>, dove alacremente si studia per il miglioramento della razza dei <em>Conards</em>, dove la <em>Réclame</em> assorda gli orecchi, fin da lontano le cento miglia, come la caduta del Niagara, dove la <em>Blague</em> è una gualchiera a moto-perpetuo, dove insomma la celebrità, il <em>talento</em> e il <em>successo</em> son ridotti a questione di tariffa, e dove la specie monetata ha vittoriosamente risoluto il gran problema della <em>Scienza infusa</em>!!<br />
Intanto bisognava coniare una formula che rappresentasse l’epoca attuale – e questa gloria è toccata agli Stati (per ora) Uniti d’America.<br />
– Il tempo è moneta! – ha gridato l’Americano, del lito meridionale e del settentrionale, alla vecchia Europa! e la vecchia Europa si è scossa al rumore di questa formula, tutta di metallo sonante, ed ha ripetuto in coro – il tempo è moneta!<br />
Ecco il motto del popolo mercante: eccola divisa del secolo banchiere! ecco il grido d’allarme, ecco l’<em>hourra</em> di tanti milioni d’uomini, che corrono, baionetta in canna, all’aumento del capitale, e alla gran conquista della Borsa, lo storico Vello d’oro degli Argonauti moderni!!<br />
Non ci perdiamo in illusioni: non ci divaghiamo in fisime glorie passate e tradizioni coperte di polvere: non intorbidiamo la prosa finanziari dell’epoca, col miscuglio di una poesia eterogenea e dissolvente.<br />
Ogni cosa ha il suo tempo!<br />
Passarono i fasti di Roma antica e del suo popolo. Da quella razza alla nostra ci corre tanta di sproporzione, che non potuto giammai prendere sul serio la storia romana, e l’ho sempre considerata come la mitologia di un’epoca più recente.<br />
Il Medio-Evo è uno scheletro tarlato dal tempo e dalle leggende, tutto chiuso dal capo ai piedi, dentro una pesante armatura di ferro – eccellente arnese per far atta di presenza nei Musei e nei templi consacrati all’Antiquaria. Chi se ne giova, lo tocchi!…<br />
I cavalieri della tavola rotonda, inventati dall’Arcivescovo Turpino, le Dame rapite, i castelli merlati, i ponti-levatoi, il corno dell’Araldo, il liuto del Trovatore, le gualdane, i tornei, le giostre, i Crociati, le risse dei Comuni, la ruggine dei Guelfi e dei Ghibellini, son tutte anticaglie, roba passata di moda, buona soltanto a tagliarci sopra qualche novella, per consumo dei ragazzi, o qualche libretto per musica, ad uso dei coltivatori del contrappunto.</p>
<p>(Un romanzo in vapore – Da Firenze a Livorno – Guida storico-umoristica, Carlo Collodi, Maria Pacini Fazzi editore in Lucca, 1987, pp. 5-8)</p>
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		<title>Sesinepaunpip</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 11:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Bonino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Materiali]]></category>

		<category><![CDATA[copertine]]></category>

		<category><![CDATA[Numeri]]></category>

		<category><![CDATA[numero Cinque]]></category>

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Alcune bozze di copertina per il numero cinque, in preparazione. Avvisiamo che il verbale della riunione di sabato 13 marzo scorso tarderà un pochino, ma arriverà.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-995" title="sesinepaunpip" src="http://www.laccalappiacani.it/wp-content/uploads/2010/03/sesinepaunpip.png" alt="sesinepaunpip" width="421" height="579" /></p>
<p style="text-align: left;">Alcune bozze di copertina per il numero cinque, in preparazione. Avvisiamo che il verbale della riunione di sabato 13 marzo scorso tarderà un pochino, ma arriverà.</p>
]]></content:encoded>
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