Pubblicato da Sarah Spinazzola lunedì 20 luglio 2009
[Carta intestata dell'Istituto d'Assicurazione contro gli Infortuni dei Lavoratori]
Praga, 20 settembre 1912
Gentile Signorina,
per il caso facilmente possibile che Lei possa non ricordarsi più minimamente di me, mi presento un’altra volta: mi chiamo Franz Kafka e sono quello che la prima volta La salutò a Praga quella sera in casa del direttore Brod, poi Le porse da un lato all’altro della tavola fotografie di un viaggio da Talia, l’una dopo l’altra, e infine con questa mano, che ora batte i tasti, tenne la Sua con la quale Lei confermò la promessa di fare con lui l’anno venturo un viaggio in Palestina.
Franz Kafka - Lettere a Felice 1912-1917 pag. 1 Arnoldo Mondadori Editore Milano 1972
Pubblicato da Gianfranco Mammi venerdì 2 gennaio 2009
Molti geni della letteratura, della musica, della filosofia e di molti altri campi ancora a un certo punto son diventati matti o han fatto finta di diventarlo, e han lasciato delle lettere a riprova; quasi sempre sono testi molto belli. Ne metto solo un paio qui sotto, una di Artaud e una di Torquato Tasso, ma secondo me si potrebbe raccogliere un epistolario di centinaia di pagine (Van Gogh, Campana, Nietzsche, Walser, ecc.). Chi ha qualche bel brano da segnalare può farlo qui. Grazie.
[…] Ho appena avuto una visione questo pomeriggio, ho visto coloro che mi seguiranno e non hanno ancora completamente un corpo perché dei porci come quelli del ristorante di ieri sera mangiano troppo.
C’è chi mangia troppo e altri che come me non possono mangiare senza sputare.
Tuo
Antonin Artaud
(Lettera a Paule Thévenin del 24 febbraio 1948).
*
[…] Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello mi ha robati molti scudi di moneta; né so quanti siano, perché non ne tengo il conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra; apre le casse; ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare. Sono infelice d’ogni tempo, ma più la notte; né so se il mio male sia di frenesia o d’altro: né ci ritrovo miglior rimedio che ‘l mangiar molto e compiacere a l’appetito, per dormir profondamente. Digiuno spesso; e spesso, senza digiuno fatto per divozione, digiuno perché sento lo stomaco pieno; ma quelle volte non dormo. Abbiatemi compassione, e sappiate ch’io son misero perch’il mondo è ingiusto.
Di Ferrara [25 dicembre 1585]
(Torquato Tasso, Lettera a Maurizio Cataneo).